Cacciando Banksy in New Orleans

Qualche giorno fa sono stata a Londra. Mi sono ritrovata a cercare delle opere di ROA e ho scoperto gli artisti Jana & Js… mi piace la steet art e il suo essere impermanente. Il suo venire “catturata” dagli altri nei loro scatti e fissata in questo modo nel tempo. Ho pensato  di ripubblicare un mio vecchio post del 2013, che ora non esiste più sul web perchè compariva su un blog che ho ormai cancellato. Rispetto all’originale, ho aggiunto qualche fotografia in più.

Post originariamente pubblicato il 23 luglio 2013 sul mio blog precedente

20 luglio 2013

Trovato il primo Banksy, poco fuori dal Quatiere Francese, all’incrocio tra North Rampart e Kerlerec Street. Si tratta della Rain Girl.

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Banksy si è recato a New Orleans nel 2008, tre anni dopo Katrina, disseminando per la città diciassette lavori, di cui tre superstiti. La bambina è protetta da una lastra di plexiglass.
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La bambina ha un nuovo compagno, e dei pesciolini.
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Una me diciannovenne. Momento di felicità.

Ci siamo recate a questo incrocio dopo aver visitato uno dei cimeteri storici – bellissimo e inquietante nel suo lento sprofondare nel terreno – il Saint Louis Cemetery No. 1, che ospita anche la tomba, una delle tre ricoperte di segni ed offerte votive, di una potente figura della storia voodoo della città, Marie Leveau.

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Culto voodoo oggi.
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Culto voodoo oggi.
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Culto voodoo oggi.
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La tomba a piramide di Nicholas Cage, costellata di baci di rossetto.

21 luglio 2013

Ultimo giorno a New Orelans. Ci fermiamo a cercare una mappa interattiva su Google con i luoghi dei lavori di Banksy… convinco la mia povera zia ad esplorare in automobile in questo modo un po’ azzardato la città.

Le altre due opere sopravvissute sono anch’esse protette da plexiglass, ma a differenza della bambina non sono integre.

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Il Gray Ghost with Sunflowers si trova all’incrocio tra Carondelet Street e Clio Street. Il girasole è andato.

Più lontano, scendendo verso il Mississippi, in una zona più marginale, si trova il suo “gemello”:

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Ghost with Stick Figure. Il terreno davanti al muro dell’edifico è stato recintato e le piante sono cresciute alte. Rimane solo la “stick figure”, mentre l’altro personaggio è stato cancellato.
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La zona davanti all’edificio.
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L’edifico. A sinistra, lungo la strada, un signore ci guardava incusiosito dopo averci viste fare tre giri di automobile prima di scendere e andare a guardare oltre la rete di metallo.

Nella nostra esplorazione siamo finite attraverso il poetico Garden District e ci siamo imbattute nel Lafayette Cemetery No. 1.

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Lafayette Cemetery No. 1
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Lafayette Cemetery No.1

Gli altri quattordici lavori di Banksy sono stati cancellati, rimossi, o si trovano su muri di case e strutture che sono stati ristrutturati o demoliti.

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Lo spiazzo erboso dove si trovava la casa con il Boy with a Trumpet.

La zona oltre Canal Street dove si trovava un bellissimo graffito di Lincoln è invece un vasto cantiere.

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Grattacieli abbandonati sullo sfondo.
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Dalla highway.
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L’incrocio dove c’erano i Looters. Siamo sulla Elysian Field Avenue, ad est del Quartiere Francese.
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La strada – nessuna traccia della Gas Brass Band, o Jazz Band. Siamo all’incrocio tra Oretha Castle Haley Boulevard e Thaila Street.
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Qui siamo alla ricerca della Girl with a Mouse

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… e alla fine abbiamo trovato il muro di mattoni dove si trovava.

Prima di recarmi a New Orleans avevo segnato solo i tre incroci dove si trovano i tre lavori protetti da plexiglass. Ma, arrivati all’ultimo gray ghost, la voglia di esplorare New Orleans usando l’espediente dei graffiti scomparsi di Banksy si è fatta sentire e anche mia zia – la mia super zia che vive in Louisiana e che mi sta ospitando per qualche giorno, e che è quindi la ragione unica per cui ho l’occasione di trovarmi anche io qui in questo momento) mi ha seguito con entusiasmo. Abbiamo trovato in fretta un bar con connessione wifi – era domenica pomeriggio, avremmo lasciato la città a breve – e abbiamo scelto qualche altra tappa. Ciò che trovo bello in questi giri è il fatto che ti insegnano a guardare i particolari di una strada, a notare un muro di mattoni, o a cercare di indovinare se una casa è stata ricostruita, o se sorge sopra o accanto a qualcos’altro che è nascosto o è stato demolito.

E che in queste esplorazioni urbane non sai mai dove puoi capitare.

Non abbiamo completato tutte le tappe, per l’orario che ci imponeva di ripartire, ma soprattutto perchè New Orleans è una città complessa, e difficile, e ciò che stravamo facendo -ciò che volevamo fare – era proprio questo: guardarla. Guardare le strade, le persone, le case, avendo come mete vie ed incroci anonimi invece di attrazioni turistiche. È una città complessa, e difficile da comprendere – impossibile con pochi sguardi di ragazzina che cerca i lavori del suo “graffittaro” preferito. Quando l’ho visitata a sedici anni, in una precedente vacanza, ne ero rimasta affascinata ed entusiasta, mentre ora di questo città noto anche la crudeltà e la crudezza, le inquietudini e l’impermanenza, pur continuando a considerarla meravigliosa e desidare di tornarci, un giorno, magari per conto mio, e imparare a comprenderla.

Imparare a comprenderla e ascoltarmi della gran bella musica.

L’ultima tappa, che nulla centra con l’esplorazione precedente, è stata la più… commuovente: siamo arrivate fino all’ingresso dell’Holt Cemetery. Non abbiamo avuto il coraggio (e il cattivo gusto) di entrare. Avevo letto di questo luogo in un blog che seguo da tempo, Bizzarro Bazar: Holt Cemetery.

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Ingresso dell’Holt Cemetery, nel quale non siamo entrate – il cimitero dei poveri. New Orleans è una città che sprofonda nel delta. Sprofonda incessantemente in modo crudelmente visibile.

 

Qui (Banksy Does New Orleans – Flickr) trovate i lavori scomparsi e molti altri. Nonché un modo per osservare il lento mutare nel tempo di una città…

Un grazie profondo a mia zia per avermi assecondato in questo folle giro.

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Zia, riscrivendo questo resocondo mi vengono in mente tante cose. Lo riposto anche per salutarti. Fin da quando sono bambina, sei stata una delle mie figure di riferimento. E anche ora, sei la mia coraggiosa zia scienziata che vive oltre l’oceano. Facciamoci eterne risate ripensando al P. Hotel! 

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Una famigliola di quattro racoon, un armadillo, alligatori e altre creature al Sam Houston Jones State Park, Lake Charles, Louisiana.
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Correre di sera

In questo periodo corro come un’ossessa. Correndo, cerco di liberare la mente da tutti i fantasmi che la stritolano e anche di migliorare il mio corpo. Ho ricominciato a correre con continuità in un momento ben preciso della mia esistenza, a maggio di quest’anno. Per la prima volta, inoltre, ho scoperto la corsa serale, dopo cena.

Ho fatto una sorta di stacco momentaneo dall’astronomia in questi tempi, e correndo la sera tardi, improvvisamente, mi sono rimessa a guardare i pianeti e la Luna. Li guardo da sopra i tetti delle case e sopra i prati, alla loro distanza, quella dell’occhio nudo – una distanza a cui, paradossalmente, non ero più abituata: Saturno, Marte, Giove… sono là nell’ampio cielo sereno del crepuscolo. Ogni tanto, sfeccia nel campo visivo la rapidissima e caotica sagoma scura di un pipistrello, animali bellissimi e sempre più rari.

A fine mese, mi aspetta però l’alta montagna: le Alpi occidentali, la Via Lattea, il profondo e freddo cielo stellato ricolmo di nebulose e galassie…

In questo periodo sto affrontando una cosa dal nome al tempo stesso banale e terribile. Ancora, in realtà, non so come realmente affrontarla… correre mi da tempo e respiro e mi fa stare bene.

Mi sembra di essere una figuretta in corsa tra due realtà che si tendono: il passato e il futuro, la paralisi e la speranza, la vita con le sue reali responsabilità, le sue bellezze e i suoi terrori.

Ci sono alcuni nodi, aggrovigliati stretti in profondità, tanti nodi di svariate forme e dimensioni, che piano piano devo allentare e sciogliere…

 

Continua in E il bruco diventò cravatta…

Una confessione, parziale. Alda Merini.

Ripesco a piene mani dalle nebbie della mia adolescenza. In effetti, più cerco di mettere a fuoco la me di allora, più mi sento smarrita. Quello è il mio volto? Sono davvero cambiata nel modo in cui ho sperato?

Cerco e ritrovo una poetessa, Alda Merini. In questi giorni ho riletto alcune pagine di L’altra Verità – Diario di una diversa. 

Nel gennaio del 2011 sono andata a vedere una mostra dedicata a lei al Palazzo Reale di Milano: Ultimo Atto d’Amore. Era uno mostra prettamente visiva, tesa e delicata, piena di stralci di discorsi e di poesie, immagini, ricostruzioni, voci. Io già amavo Alda Merini… aveva scosso tempo addietro il mio essere di ragazzina, e forse il fatto che fossi sola in quel momento, e che non ci fosse quasi nessun altro visitatore, forse il buio delle sale e i suoni di sottofondo, il tutto mi aveva dato l’impressione di camminare attraverso un tempio.

Le immagini che seguono sono alcune delle fotografie che ho scattato alla mostra.

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Vedessi il volto della mia anima quando ti vedo e tremo e diventa foglia d’ascolto. Vedessi il dito del mio cuore che ti indica strade sconosciute. Vedessi il mio amore che è tenero figlio che cresce senza padre. 

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Una confessione, parziale. Più avanti, forse tra qualche mese, troverò una risposta e un modo per esprimerla a parole. La mia vita sta scorrendo molto veloce ora.
 

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Al mio Jorge Luis Borges

Un pezzo dedicato al mio scrittore preferito: Jorge Luis Borges. Chi ha già conosciuto e approfondito un poco la sua opera, non credo serva altro che il suo nome, che subito evoca immense biblioteche, reali o simboliche, immensi labirinti, fisici o concettuali, infiniti specchi, e infine sogni… sogni che sono anch’essi specchi e labirinti, dove ci si rincontra…

I racconti di Borges hanno una struttura… matematica. Che siano racconti simbolici, fantastici, polizieschi, storici – in tutte c’è un qualcosa di logico che – almeno nella mia opinione – fa ricordare i teoremi matematici.

E in effetti alle volte i suoi lavori vengono citati, magari in testi divulgativi. Questa “affinità” con la matematica nelle opere di Borges non è solo una mia impressione: il racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano viene spesso usato nella divulgazione della fisica quantistica e anche  il mio professore di quantistica a lezione ha citato ad un certo punto questo racconto, senza specificarne il titolo e l’autore… per chi lo sa cogliere, come dire. Il giardino dei sentieri che si biforcano è forse il lavoro che più  si presta per incominciare a scoprire questo autore stano, ha una certa immediatezza ma è allo stesso tempo di un’architettura ricca e complessa, proprio borgesiana. Ma non fermatevi a questo, che il suo mondo è vasto e sorprendente.

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Questo fatto – quel “qualcosa” della logica e della matematica che si trova in lavori che effettivamente sono arte e poesia, è quasi miracoloso e credo sia in questo che risieda l’immensità di Borges, in questo e soprattutto nell’uso degli archetipi che sono in qualche modo comuni agli esseri umani. Quando leggo Borges è come se… aumentassi il numero di dimensioni: le dimensioni spaziali, il tempo reale, il tempo “mitico” e ancestrale dell’umanità, la dimensione onirica, il subconscio… Ti porta in ogni epoca e tempo, ma sono luoghi e situazioni lucide e brillanti, e allo stesso tempo profondamente misteriose, oniriche, eterne.

Ci sono tigri descritte con seducente maestria (davvero, le tigri sembrano uscire da sole dalla sua penna, in ogni momento, un’ossessione che si materializza), e dolci scorci della sua Buenos Aires nelle sue poesie. C’è un amore infinito per la letteratura e la cultura, il suo “feticismo per la carta stampata”, le sue biblioteche, l’Oriente e l’Occidente, e la cecità…

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Mi sono imbattuta (per la seconda volta) in Borges alle superiori, durante le ricerche per la tesina di maturità – una tesina molto ingenua sullo spazio e sul tempo, ma piena di stupore (uno stupore che ancora ricordo, perchè mi aveva trafitto come un fulmine, per avere appena scoperto la relatività di Einstein attraverso gli ultimi capitoli del libro di fisica e i libri divulgativi di Stephen Hawking). Stavo organizzando un percorso concettuale che collegasse filosofi, scienziati e artisti. Andai prima attraverso Calvino e raggiunsi il libro Finzioni di Borges.

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La mia piccola collezione di opere di Borges.

La primissima volta in cui ho incontrato Borges invece è stato da bambina a casa di mia nonna, nella vecchia stanza di mia zia. Tra i suoi libri, c’era una copia piccola, gialla e resa fragilissima dal tempo… dell’Aleph.  L’estratto sul retro mi turbò un pochino. Credo sia una copia incredibilmente rara ora. Feltrinelli Universale Economica, 1961, 300 lire, copertina disegnata da Heiri Steiner. Era una lettura troppo complicata allora. L’ho letto solo successivamente. Lo tengo assieme con del nastro adesivo di carta.

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L’Alpeh, Feltrinelli Universale Economica, 1961, appartenente originariamente a mia zia ragazza.

E poi Borges è stato Borges. E lo difendo con unghie e denti.

Alle origini dell’astrofisica tra le colline di Firenze

Per raggiungere l’osservatorio astronomico di Firenze si percorrere una strada in salita immersa nel verde, lungo la quale si incontrano gli edifici storici dell’Istituto di Fisica e dell’Istituto di Ottica – fino all’osservatorio, luminoso sotto il sole con le sue pareti giallo ocra e le cupole bianche, preceduto dalla torre solare. Proseguendo lungo la collina, si può raggiungere anche la villa Il Gioiello, dove Galileo Galilei trascorse in confinamento gli ultimi anni della sua vita e completò il suo lavoro “Discorsi e Dimostrazioni Matematiche sopra due Nuove Scienze” (1638). La vista spazia sul panorama collinare ricoperto di vegetazione e colture di ulivi. La collina di Arcetri è stata designata come sito storico dalla Società Europea di Fisica.

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Osservatorio di Arcetri, Firenze.
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Il panorama sulle colline dal piazzale dell’osservatorio. Uliveti argentei. Nascosta dagli alberi, si trova la villa Il Gioiello, dove Galileo Galilei trascorse gli ultimi anni ai domiciliari e completò il suo lavoro “Discorsi e Dimostrazioni Matematiche sopra due Nuove Scienze” (1638).
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L’osservatorio e gli ulivi dalla strada che porta a villa Il Gioiello.

Sono stata a Firenze l’ultimo fine settimana di aprile, e ho cominciato da qui la visita, ad Arcetri, perché in questo momento all’osservatorio è in corso un’esposizione particolare e rara, che non avrei potuto assolutamente mancare. Una mostra che ho scoperto per puro caso, e che non sembra essere stata molto pubblicizzata.

Si chiama Starlight e racconta la nascita dell’astrofisica, nella seconda metà dell’Ottocento. Sono esposti i primissimi lavori, i primissimi studi sulle stelle e sul Sole, il primo svilupparsi di quella che è poi è potuta diventare l’astrofisica come scienza attuale. Alcuni sono dei documenti d’archivio esposti per la prima volta.
Starlight è in realtà un insieme di piccole mostre che si sviluppa negli osservatori italiani di Firenze, Padova, Roma, Palermo e Napoli.
A Firenze, in particolare, sono esposti gli spettri stellari, nebulari e cometari disegnati a mano da Gian Battista Donati e Angelo Secchi, le tavole con riproduzioni di oggetti del profondo cielo di Wilhem Tempel e diversi strumenti.
Queste tavole e questi strumenti non sono reperti sterili: svelano a chi sa coglierle le storie di questi astronomi in gran parte sconosciuti al pubblico – sono storie praticamente contemporanee tra loro e si intrecciano l’una con l’altra nelle loro vicende umane e scientifiche, inserendosi perfettamente in questo percorso tra diversi osservatori italiani e in questi paesaggi.

L’esposizione si trova all’interno della biblioteca dell’osservatorio.

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Biblioteca dell’osservatorio. Tubo del telescopio per spettroscopia stellare ideato da Donati (1859 ca.). Con questo strumento studiò e confrontò gli spettri di 15 stelle, iniziando a notare le differenze e il legame tra il pattern delle righe e il colore delle stelle. Sempre con questo strumento osservò il primo spettro di una cometa, C/1864 N1.
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Biblioteca. Franco Pacini (1939-2012).

Giovan Battista Donati (1826-1873) è stato l’astronomo che si adoperò perchè venisse costruito l’osservatorio di Arcetri, trasferendo così la sezione di astronomia dal Regio Museo di Fisica e Storia Naturale alle  colline che circondano Firenze. I suoi studi sulle stelle sono assolutamente pionieristici. Ideò gli strumenti necessari per studiare la luce degli oggetti del cielo e si accorse delle differenze presenti tra le stelle, ipotizzandone un legame con il loro colore – un legame vero, ma che venne compreso solo negli anni Venti del Novecento grazie in particolare alla brillante astronoma Cecilia Payne, che si domandava di cosa fossero fatte le stelle e quale fisica fosse in opera al loro interno.

Lo strano telescopio conico, in lamiera e legno, che si trova davanti alla finestra della biblioteca è lo strumento ideato e costruito da Donati tra il 1857 e il 1859. Utilizzava una lente ustoria di 41 cm e uno spettroscopio a prisma.

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Con questo strumento dunque riprodusse, a mano, gli spettri di 15 stelle brillanti, riuscendo a confrontarle tra loro misurando l’angolo di diffrazione delle righe. Su una tavola, sempre esposta, si vede il suo lavoro su queste stelle: sono raggruppate per colore (stelle bianche, gialle, arancioni e rosse). Con tratti di inchiostro sono segnate le principali righe spettrali, e con grafia elegante i nomi delle stelle: Sirio, Vega, Fomalhaut…
Di Donati è il primo spettro di una cometa – la cometa scoperta da Wilhem Tempel il 5 luglio 1864. Di Wilhem Tempel – un nome che forse può richiamare qualcosa alla mente in riferimento alla cometa “Tempel-Tuttle” o la “Temple 1” fotografata dalla sonda spaziale Deep Impact – c’è tantissimo che si può dire, tantissimo da scoprire, e cercherò di raccontare qualcosa più sotto.

Questo è il disegno ad inchiostro e matita di Donati. Sono tre ampie linee di emissione, vicino alla linea dell’Hβ, quindi nella zona blu-verde dello spettro. Solo nel 1927 si è compreso che queste tre linee sono prodotte dalla molecole del carbonio biatomico C2.

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Giovan Battista Donati. Spettro della cometa C/1864 N1, scoperta da Tempel il 5 luglio 1864 alle 3 del mattino. È il primo spettro di una cometa mai realizzato. Matita e inchiostro su carta.

Le lunghezze d’onda delle linee spettrali erano, come si legge in questa tavola, segnate con le lettere di Fraunhofer – F per l’Hβ.
Accanto al disegno si trova esposto il tacquino di Tempel, aperto sulle pagine, riempite di grafia fittissima, nelle quali è riportata la posizione della cometa appena scoperta, con uno schizzo dell’area di cielo.

Un primo vero tentativo di classificazione spettrale fu operato da Angelo Secchi (1818-1878), dal Collegio Romano. Questo astronomo raccolse meticolosamente gli spettri di 4000 stelle – tutti riprodotti a mano e osservati all’oculare.

Secchi iniziò a suddividere le stelle in “tipi”. Il pattern delle righe spettrali si modifica con la temperatura della stella: le stelle come Sirio e Vega presentano molto forti le linee dell’idrogeno. Stelle rosse, più fredde, come Antares, hanno invece spettri ricchi di assorbimenti, prodottii da metalli neutri e molecole. Stelle calde, invece, presentano le righe dell’elio neutro e poi l’elio ionizzato. Altre stelle “speciali”, come gamma Cas, hanno invece linee dell’idrogeno in emissione… segno che qualcosa di strano è in atto in queste stelle – in questo caso, è un indizio di dischi atmosferici in rotazione attorno alla stella. Fu proprio Angelo Secchi a scoprire Gamma Cas.

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Angelo Secchi: “Le Stelle: Saggio di Astronomia Siderale” (1877), plate III. Spettro solare – fotosfera e cromosfera (tipo 1), Sirio (tipo 2), alpha Ori e alpha Her (tipo 3)
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Angelo Secchi: “Le Stelle: Saggio di Astronomia Siderale” (1877), plate IV. Spettri di stelle rosse (tipo 4), e spettri della cometa di Chioggia del 1874 e di una nebulosa.

Quest’ultima tavola e la spiegazione sul sito della mostra mi hanno fatto ricordare come le due righe verdi in emissione, mai viste in laboratorio e presenti nello spettro delle nebulose, fossero state inizialmente attribuite ad un elemento non presente sulla terra, e chiato “nebulium” – sono in realtà le righe “proibite” dell’ossigeno ionizzato due volte.

La circostanza di questa mostra proprio a Firenze, città che io e il mio compagno ci eravamo già promessi di visitare, si è rivelata molto speciale perchè è capitata in un momento particolare della mia vita, dopo diversi mesi in cui abbiamo svolto un lavoro amatoriale sulle stelle e sulla spettroscopia e in cui ho dovuto imparare io stessa a conoscere e interpretare in modo particolareggiato e non banale uno spettro e orientarmi nella classificazione stellare. In pochi mesi il mio cielo di “astrofila” è divenuto più complesso e particolareggiato. Con la mente così affollata, questa occasione per un viaggio a Firenze con una tappa ad Arcetri è stata assolutamente propizia e ho potuto apprezzarla appieno.

Così alla fine abbiamo attirato l’attenzione (eravamo gli unici visitatori e ci stavamo attardando tra le due salette) e abbiamo avuto occasione di parlare a lungo con una donna che lavora all’osservatorio, Emanuela. È stata una bella conversazione che si è concentrata in particolare sulla figura di Tempel e sui suoi disegni. Ci ha parlato di una mostra precedente, del 2009, in cui sono state esposte tutte le sue tavole: L’esercizio illegale dell’astronomia: Max Ernst, Iliazd, Wilhelm Tempel.  Sfogliando il fascicolo della mostra, si possono riconoscere a colpo d’occhio le sagome della nebulosa Omega (M17), della galassia Sombrero (M104), addirittura di NGC 4567 and NGC 4568 (i “Siamese Twins” nella Vergine).

È stata lei, uscendo nuovamente sotto il caldo sole pomeridiano, ad indicarci l’altro versante della collina dove si trova la villa di Galileo.

Wilhem Tempel e i suoi disegni del profondo cielo

Wilhelm Tempel è una figura strana, non facilmente inquadrabile, e soprattutto oscura e dimenticata – nemmeno sul web si trova molto su di lui.

Queste sono le tre tavole esposte alla mostra. Prima di accorgermi che la targhetta riportava i nomi degli oggetti ritratti, ho riconosciuto immediatamente il trio di galassie conosciute come il “Tripletto del Leone” (M65, M66, NGC 3628). I suoi disegni hanno una precisione fenomenale, tanto che molti oggetti -in queste e in altre tavole- sono riconoscibili senza dubbio, come se si trattasse di una fotografia. Nella tavola a sinistra è ritratta NGC 253, una galassia a sprirale nella costellazione dello Scultore.

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Wilhelm Tempel, Plate XIII (NGC 253) e Plate XIX (M 65, M 66, NGC 3628). Inchiostro e matita su carta.
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Leo Triplet, APOD 2015 May 9, credit: Philippe Durville

Forse confrontandola con una ripresa fotografica emergono delle differenze, ma perchè la sensibilità dell’occhio è molto diversa da quella di un sensore CCD. L’elaborazione e la colorazione dell’immagine sono operazioni spesso massicce e si tratta di un lungo lavoro di integrazione di dati e uso di software di elaborazione per immagini. Nella ripresa appaiono strutture di polveri e colori diversi da quelle che emergono all’occhio. L’astrofilo visualista si ritrova benissimo con il disegno di Tempel.

Questa è invece la Grande Nebulosa in Orione. Osservando attentamente al centro si trova l’asterismo del Trapezio (qui a buona risoluzione).

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Wilhelm Tempel, Nebulosa di Orione. Inchiostro e matita su carta.

Tempel fu un completo autodidatta. Nacque in Sassonia nel 1821, da una famiglia troppo modesta per permettergli una istruzione oltre a quella di base, ma forse fu il suo maestro di allora a parlargli per primo di scienza e astronomia e mostrargli gli astri ad occhio nudo dalla cima del campanile dove Tempel faceva il campanaro [1].  Ventenne andò a Copenhagen dove imparò il mestiere di litografo. Andò poi a Venezia, Roma, Bologna e Marsiglia, Milano – infine Firenze, all’Osservatorio di Arcetri. A Venezia compì le sue prime osservazioni astronomiche con un suo piccolo rifrattore di ottone (anch’esso esposto). Scoprì la sua prima cometa dalle scalinate esterne di un palazzo veneziano (Palazzo Contarini del Bovolo) e la nebulosità attorno a Merope, nell’ammasso dell Pleadi. Nella sua esistenza scoprì 21 comete e 5 asteroidi (64 Angelina, 65 Cybele/Maximiliana, 74 Galatea, 81 Terpsichore, 97 Klotho).

Altri oggetti in mostra erano diversi spettroscopi e i loro schemi. Addirittura, c’era un particolarissimo spettroscopio a 25 (!) prismi, che permetteva di studiare solo piccole zone dello spettro.

Mi ritrovo a pensare a queste persone che si dedicavano al cielo a metà dell’Ottocento, guidate da qualcosa che non può che essere il fascino per il cielo notturno, ancora così inspiegabile e lontano. Non era semplicemente il loro impiego, il loro lavoro. Donati e Secchi guardarono le stelle in modo nuovo. Vissero in un’era di transizione, in cui comparivano gli strumenti della spettroscopia e la fotografia. Un’era in cui ci si chiedeva cosa fossero quelle “nebule”, di cui non si conosceva la natura e la distanza, che sembravano composte a volte di gas, altre volte di un insieme di stelle irrisolvibili. Se considero anche i disegni di Pietro Tacchini delle protuberanze solari espostii a Palermo, è proprio vero: sono gli ultimi astronomi-artisti.

E infine… infine c’è la città di Firenze, che non si può definire in altro modo che bella. Una bellissima città tra le colline e così ricca di arte e cultura. Ne avevo ricordi molto sfocati… è stata un riscoperta.

E parlando sempre di astronomia, chiudo questo post con uno scorcio notturno della città, con Giove che brilla sopra l’arcata che congiunge la Chiesa di Orsanmichele e il Palazzo dell’Arte della Lana.

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Giove sopra l’arcata tra la Chiesa di Orsanmichele e il Palazzo dell’Arte della Lana, Firenze.

 

[1] L’esercizio illegale dell’astronomia: Max Ernst, Iliazd, Wilhelm Temple – INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri.

L’umanità, la natura, il cielo – degli scorci che si perdono indietro nel tempo

L’Orsa Maggiore… la vedete, la costellazione enorme dell’Orsa, con le sue stelle bianche e splendenti, con la sua forma inconfondibile che si orienta sempre seguendo le stagioni, ruotando attorno al polo celeste – che sembra emergere e rituffarsi, sfiorando a volte l’orizzonte; è una costellazione che è nata con l’uomo, nella sua essenza simbolica e mitica. Le storie che porta sono antiche come l’umanità. L’uomo fa questa cosa magica con gli oggetti delle natura – fa sì che dopo secoli o millenni le possa riguardare e farle parlare di se stesso. Farsi ricordare qualcosa. È anche questo un lato bello dell’astronomia – il lato che non ha nulla a che fare con la scienza, con la fisica, con ciò che realmente sono le stelle; il lato che racconta all’uomo dell’uomo. Il significato antropologico del cielo.

Dell’Orsa Maggiore, in particolare, ho una fascinazione dovuta a due letture indipendenti avvenute all’ultimo anno delle superiori. La prima era un mito della tribù dei Blackfoot: si trovava all’interno di una raccolta di leggende degli Indiani d’America. Questo racconto si intitolava I due sentieri di Pittawa-Ma e si distingueva dagli altri della raccolta per una sua personale potenza evocativa. Parlava dell’amore di una bellissima e “selvaggia” ragazza del villaggio, Pittawa-ma, figlia di un capo, per un orso grizzly delle foreste. Si apre con una evocazione della natura del nord America, delle Montagne Rocciose:

Quando Apistotoki fece il mondo, si diffuse generosamente come una sorgente sulla pianura. Spina dorsale della terra, le Montagne Rocciose si ricoprono di pietre rosse, di alberi, di orsi. Vecchio Padre fece anche Niitsipussin, il vero linguaggio, e Aohki, che cadde dal cielo copiosamente per abbeverare i due grandi fiumi. […] Così fu fatto il mondo e tutte le cose vennero sparse. Sulle montagne sacre dei Piedi Neri siksiksa vivono spiriti potenti. Alcuni ci sono da tempi  immemorabili, essendo apparsi con le stelle. [1]

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Steve Jurvetson from Menlo Park, USA , via Wikimedia Commons

L’orso verrà massacratro dai fratelli della ragazza e su di essi si scatenerà la vendetta di lei, che nell’esorcizzare il suo dolore e la sua rabbia si transforma essa stessa in un’orsa, prima in un animale in carne ed ossa e poi in uno spirito-orso, uno spirito selvaggio delle montagne – perchè questo rappresentano questi miti, di uomini e animali (ne ho trovati molti ad esempio degli indigeni dell’Amazzonia, in un altro libro) di una comunione costantemente contrastata con gli “spiriti” della natura, con la natura che è sia benovola che potente e soverchiante e che è umanizzata e resa simbolo. I due sentieri sono quello della tenerezza selvatica e della rabbia distruttiva –  della furia distruttiva che spazza le montagne e chiede riparazione al torto subito. I due mondi si mischiano e i due orsi sono ora senza corpo e possono diventare delle immagini celesti… anche se questo passaggio non è specificato nella leggenda, dove non si parla di costellazioni – l’ho ritrovato qualche mese più tardi leggendo i primi capitoli di Notte di stelle, di Margherita Hack e Viviano Domenici:

lì ho scoperto che la costellazione dell’Orsa ha origini che vanno a perdersi nella preistoria, a 15 mila anni fa.  Una frase è molto bella: […] dimostra che i sogni degli uomini possono permanere quasi immutati nella memoria collettiva per un tempo incredibilmente lungo: nel caso dell’Orsa Maggiore, almeno 15.000 anni, forse 17.000. [2]

La domanda si sviluppa nel fatto che diversi popoli antichi dell’Europa, dell’Asia e dell’ America del Nord hanno associato a questo stesso insieme di stelle la figura di un’orso, con anche una grande somiglianza di dettagli nell’immagine: una visione diffusa vede nelle quattre stelle del Carro l’orsa che fugge e nelle tre stelle della coda tre cacciatori al suo inseguimento.

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Stellarium

Il mito è stato portato attraverso lo Stretto di Bearing. Il culto dell’orso era ed è forse stato presente fino a tempi recenti tra le popolazioni artiche e anche in Giappone – in Hokkaido, tra gli Ainu.

Una visione dell’orsa degli indiani Irochesi segue il suo muoversi attorno al polo: in primavera i cacciatori inseguono l’orsa in prossimità delle montagne, in estate le stelle sono più alte nel cielo e la caccia prosegue – in autunno l’orsa viene ferita, e il sangue tinge di rosso e ocra le foglie delle foreste. La costellazione è sempre più bassa sull’orizzonte con l’addentrarsi nell’inverno… orso e cacciatori si rifugiano nelle grotte, aspettando la primavera per riprendere l’inseguimento.

Un altro mito, dei Blackfoot, vede invece due orsi-amanti che si sono raggiunti in forma magica ed eterna in cielo, l’orsa minore e l’orsa maggiore. Questa è la storia che avevo già incontrato: Pittawa-Ma è l’Orsa Minore.

Ma l’Orsa non termina qui, si può andare nei deserti dell’Arabia pre-islamica e islamica, solcata dalle tribù dei beduini.

Le stelle più luminose portano, ora, i nomi di Dubhe, Merak, Phad, Megrez, Alioth, Mizar, Alkaid.

Al-dubb, “l’orso”, diventato Dubhe, era il nome con cui gli Arabi identificavano α Uma. Alcuni altri nomi sono contrazioni di locuzioni che indicavano “il fianco dell’orso più grande” (marãqq al-dubb al-akbar), “la coscia dell’orso più grande” (fakhind al-dubb al ak-bar), “la radice della coda…” (maghriz…) . Ma Alkaid in particolare si discosta e racconta altre cose. Alkaid è un nome preislamico e significa “il capo”.  Alkaid era chiamata anche, con tutto l’asterismo,  Benetnash, di significato sconosciuto ma in cui si possono ritrovare le parole “bara” e “figlie”. Forse in uno scorcio ormai perduto si possono vedere nelle tre stelle del timone un corteo di tre fanciulle che seguono la bara del genitore, con Alkaid la capofila. [3]

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Stellarium

L’Orsa Maggiore si estende, nella rappresentazione moderna, ben oltre l’asterismo del Grande Carro. Si può tracciare una linea immaginaria fino a Muscida, o Uma; si possono trovare  le tre coppie di stelle che si chiamano anche “i tre salti delle gazzelle”: Talita  (ι Uma) e κ Uma, Tania Borealis e Tania Australis (λ e μ Uma), Alula Borealis e Alula Australis (ν e ξ Uma). Viene da immaginarle come delle lunghe zampe. Queste tre coppie, sempre nella visione dei popoli preislamici, erano i tre solchi lasciati dalle gazzelle che fuggivano dal leone, fino ad una pozza d’acqua (le stelle τ, h,ν, φ, e f Uma).

[1] Racconti dei saggi pellerossa – Pascal Fauliot, Patrick Fishermann. Ed. L’ippocampo.
[2] Notte di stelle – Margherita Hack, Viviano Domenici – Ed. Sperling Paperback.
[3] I nomi delle stelle – Gabriele Vanin. Ed. Orione.


Nota:

Ho scritto questo pezzo seguendo un’idea improvvisa (che ho riassunto nel primo paragrafo) ricordando le leggende della prima lettura. Non sono esperta nè di mitologia nè di antropologia. Sono quindi riflessioni da interpretare in questo senso, come uno spunto per ulteriori discorsi.