Il cielo ad occhio nudo – La Galassia di Andromeda

Vorrei raccontare cosa si può vedere realmente alzando semplicemente gli occhi al cielo. Bisogna recarsi in luoghi bui, limpidi e asciutti. Noi astrofili ci inerpichiano con le nostre auto per le strade delle Alpi o degli Appennini, o sogniamo di recarci in Sud America, in Australia, o nel deserto africano.

È possibile vedere una galassia ad occhio nudo.

La Galassia di Andromeda si può vedere senza strumenti. Appare, in visione leggermente distolta, come una saetta chiara, soffusa e sottile.

Per trovarla, ci si può aiutare con la constellazione di Cassiopea… si segue la direzione della prima “punta”, segnata dalla stella Schrdar, α Cassiopeae, e scendendo verso Mirach, la stella β di Andromeda. Ed è lì: è un’altra galassia, lontana 2 milioni e mezzo di anni luce – una distanza indicibile in chilometri – eppure è la galassia più vicina a noi, escludendo le galassie nane del Gruppo Locale. È un’immagine vecchia di 2 milioni e mezzo di anni. È una visione antica.

La cosa più sottile della questione – e che mi sorprende sempre – è che il diametro apparente di questa galassia è di 3 gradi, ovvero è sei 6 volte più grande di quello della Luna. 

Alcuni oggetti astronomici (come il Velo del Cigno o ampie nebulose diffuse) sono enormi nel cielo, ma non riusciamo a vederli ad occhio nudo per una questione di quanta luce possiamo raccogliere – sono oggetti deboli: la loro luminosità è diffusa su una superficie molto grande.

Se prendiamo un telescopio o un binocolo, anche modesti, la visione si arricchisce di particolari.

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Credit: Paola Battaglia, Filippo Riccio

All’inizio, un neofita vede solo il nucleo luminoso della galassia… È successo anche a me: per un certo tempo non ho visto altro che un oggetto oblungo con due satelliti. Gli oggetti astronomici sono strani da osservare, bisogna imparare a farlo. Ad un certo punto, si incominciano a distingure le bande scure (due, in particolare) formate dalle polveri delle sue braccia a spirale: allora l’immagine diventa improvvisamente più grande, e acquista profondità. Ci si accorge che effettivante il suo diametro esce dal campo e si indebolisce quasi senza soluzione di continuità.

Con un telescopio amatoriale, si può entrare nei meandri di questa galassia: osservare la regione  NGC 206… una nube stellare (un’associazione OB) nei bracci di un’altra galassia. È possibile osservare addirittura… i suoi globulari. Il più luminoso di essi è indicato con G1 o Mayall II.  È osservabile da telescopi amatoriali con specchi forse poco più grandi di 200 mm. È un globulare di un’altra galassia. 

Sono visibili con facilità anche due galassie satellite di Andromeda: in questa fotografia, M 110 si trova in basso a destra, mentre sopra il nucleo c’è M32. Sono entrambe due galassie nane elllittiche.

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Uno schizzo a bic blu in attesa all’aeroporto

Un paio d’ore di attesa in aeroporto, inganno il tempo tra le undici di sera e mezzanotte. C’era una grande calma e un piacevole silenzio. Alcuni ragazzi lavoravano ai loro computer, altri avevano in mano un mazzo di fiori. Alcuni uomini senza casa dormivano più lontano nei loro sacchi a pelo, soli. Le caffetterie stavano chiudendo.

Pensieri, e due schizzi di volpi.

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Sono particolarmente contenta (e sorpresa) di questo schizzo perchè non ho potuto farne prima la bozza con matita e gomma, e ho iniziato il disegno della prima volpe – quella che si stiracchia – con una certa stanchezza. Solo una semplice, intramontabile bic blu. Mi sono basata ancora su due fotografie (non ho trovato i nomi dei fotografi)

Ho inserito nella barra del menù una nuova pagina, in cui troverete una galleria coi miei lavori. Per ora  ho inserito i primi disegni… Tra un mesetto inizierò a lavorare con dei colori professionali. Vi aggiornerò.

Troll Bridge

Ero poco più che bambina quando lessi il racconto breve Il ponte del troll di Neil Gaiman. Mi fece uno strano effetto. Mi spiazzò e mi disturbò un poco. Qualche giorno fa questa short story mi è improvvisamente balenata di nuovo in mente, e ne ho letto la versione originale.

Effettivamente, non so perchè mai abbiano deciso di inserirla in un libro per ragazzi – oltre a precluderla alla maggior parte del pubblico, non è propriamente una storia per bambini.

È una storia che spiazza, per il suo amalgama perfetto di immaginario fiabesco e di acuto realismo. Il modo con cui Neil Gaiman fa coesistere l’elemento magico nella realtà è eccezionale.

Vediamo prima il mondo dagli occhi spalancati di un bambino che percorre sentieri tra boschi e campi. Il tortuoso percorso è deformato dalla sua prospettiva e possiede intatta la potente e crescente aurea di mistero, avventura e di magia di una mente infantile. Sembra il percorso in cui dal nostro mondo, ad un certo punto, si entra nell’altro – quello fantastico. E l’oggetto simbolico di collegamento è il ponte, come nelle fiabe.

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Troll Bridge by okoo

Il bambino cresce, attorno a lui i contorni e la geografia si delineano con più lucidità e si trasformano.

Osserviamo dagli occhi di un adolescente che passeggia nella luce lunare con l’amica di cui è innamorato, e infine da quelli di un uomo. Ne scrutiamo costantemente e indirettamente l’animo e c’è una certa oscurità, che si fa sempre più fitta e stringente.

Al centro, nel paesaggio che muta, tra i campi che si trasformano in zone abitative, tra la rete ferroviaria che viene abbandonata, c’è l’elemento magico, l’elemento calamitante, il nocciolo più profondo e invisibile: il ponte del troll.

Questa storia ha suscitato nuovamente una forte e inaspettata suggestione su di me. Non ha un significato univoco… non saprei darle un significato preciso, a parole. Credo che il ponte sia la costante oscura con cui il protagonista è costretto a confrontarsi nel corso della sua vita, a cui non può scappare. É la sua codardia e la sua malizia. Il troll è lo specchio – l’uno sono lo specchio dell’altro. Il troll “fiuta” all’interno della sua anima,  lo conosce profondamente come nessuna creatura umana potrebbe fare, con spietata sincerità.

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Un adattamento molto libero del racconto creato da Simonn Thelning.

Neil Gaiman prende ispirazione per questa sua storia direttamente dal folklore nordico. E la trasforma col suo stile inconfondibile. In particolare, leggo, prende ispirazione dalla fiaba norvegese De tre bukkene Bruse (Three Billy Goats Gruff). 

Come una creatura del folklore scandinavo – una creatura dello stesso colore del muschio e dei sassi, orrida, goffa e affamata, appartentete alla natura stessa (il sottobosco, l’acqua, i mattoni del ponte, al quale è legato e del quale è a volte l’elemento di sostegno) abbia ispirato a Neil Gaiman questa stana storia nera, rimane uno dei fantastici misteri delle tortuose vie dell’ispirazione artistica. I ponti devono essere un simbolo di collegamento, di zona di passaggio tra due elementi, tra due realtà. Qui è un confronto crudele reso con una grande, deliziosa metafora. Forse, se concetti semplici hanno radici profonde, è naturale che continuino a far sognare.

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È stata pubblicata una graphic novel basata su Troll Bridge di Neil Gaiman, illustata dagli acquarelli di Colleen Doran.

Equilibrio (con volpi)

Penso che sia importante mantenersi saldi ad un proprio nucleo e non lasciarsi paralizzare dai doveri e dalla morsa stritolante dalle difficoltà. Nel mio caso mi sto riferendo agli ostacoli di una facoltà con Fisica e di come in questi anni essi si siano risolti in una situazione di malessere e di… prosciugamento.

Nel mio nucleo ci sono però altre cose. Le ho tirate giù in profondità e congelate… Ne è risultata una persona squlibrata.

Nel mio nucleo c’è tanto desiderio di creazione artistica. C’è il bisogno di scrivere poesia e prosa, di disegnare, di leggere, di fare qualcosa che occupi completamente tutta un’altra area della mente e permetta la possibilità di usare modi espressivi più ampi, meno ferrei, più qualitativi che analitici, più inconsci…

Questa estate ho cercato di vivere al meglio il periodo trascorso in montagna. Ho respirato a fondo quei paesaggi, i fischi delle marmotte, gli occhi scuri e lucenti degli stambecchi, la varietà della flora alpina. Il cielo, naturalmente.

Ho scritto delle poesie e pensato ad altre storie. Sono molti anni che non scrivo un racconto… eppure trame e personaggi si creano e si sviluppano costantemente, mi accompagnano, a volte scompaiono per sempre… a volte attendono, attendono la vita.

Ho ripreso a disegnare.

In realtà sto scrivendo questo post solo per raccontare del sollievo che ho provato nel scoprire che sono ancora in grado di disegnare. Quando ho tirato quella linea dritta – i muscoli e la pelle della mascella – e la volpe improvvisamente si è tesa nel suo sbadiglio…

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Disegno basato su una fotografia di Ron Niebrugge, A Red Fox yawns, Denali National Park, Alaska.

I pastelli che ho usato sono davvero pessimi… una scatola da 12 colori comprata in cartoleria qualche tempo fa in una “emergenza” in cui dovevo fare un biglietto con una vignetta scherzosa… Le punte sono dure e lasciano solchi sul foglio, solchi senza quasi colore… ma alla fine la volpe è comparsa.

La sera prima mi ero rilassata  facendo quest’altro disegno – il primo – , sembre basato su una fotografia trovata sul web:

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Disegno basato sulla fotografia Red Fox in Snow, Yukon, di Robert Postma.

Quando ho iniziato non avevo molte speranze, perchè questo è tutto ciò che ho usato, per entrambi i disegni:

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Tutto quello che ho usato per il colore: cinque pastelli durissimi e scadenti comprati per qualche sterlina e quasi per caso il mese scorso.

Più un poco di azzurro per gli occhi e l’ombra, e del rosa per la lingua.

Alla fine, ho ordinato una bella scataola da 72 pezzi di Prismacolor Colored Pencils.

La matematica, la fisica… in partica la meravigliosa struttura del linguaggio con cui l’uomo descrive e studia e disvela la realtà, è qualcosa che ho scoperto annientarmi nel suo rigore e nella sua complessità. Devo bilanciare i miei doveri con tutte le cose che attendono di essere di nuovo espresse (anche quelle che non ho scritto qui) ,che coesistono in me fin da bambina, e aspettano un’espressione matura.

E così sarà, nelle sere dell’autunno che viene.

 

Aggiunta – 00.30

Ogni persona completa ha diritto a una sua parte di follia e irrazionalità. Il bello e il difficile è trovare il modo – o i molteplici modi – per non arginarla ma lasciarla fluire senza danno.

 

Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)

Da tempo aspetto il momento giusto per scrivere di Asimov e della sua Galassia coerente, perchè è un grande argomento e non va affrontato con leggerezza. Nel mentre, però, mi è capitato per una certa serie di coincidenze di leggere un altro libro di fantascienza: Picnic sul ciglio della strada, dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki. Ho terminato questa lettura la scorsa notte, contorta dall’inquietudine che emanano le atmosfere del libro, e le dita ora fremono perché vogliono scrivere i come e i perché di questo romanzo. Un singolo romanzo, inoltre, è anche più semplice da raccontare che non il vastissimo universo di Asimov.

Perché io stavo leggendo Asimov, un libro dopo l’altro, e questa immersione asimoviana procedeva dalla scorsa estate. Mi ero abituata al suo stile narrativo – mi ero, come dire, assuefatta al suo modo di scrivere, e mi sarebbe servita una pausa prima di inserirmi nel mondo e nello stile di un altro scrittore dello stesso genere. Da Nighfall e  Neanche gli Dei ai sette libri delle Fondazioni sono passata al Ciclo dei Robot, e in particolare avevo in lettura Il Sole Nudo.

Il Sole Nudo di Asimov è rimasto su un sasso in montagna.

Sono ripartita con la mia auto dopo una settimana di Alpi e lui è rimasto lì sul sasso, nel piccolo parcheggio sterrato. Alcuni giorni dopo io e i miei genitori abbiamo fatto, insieme o separatamente, il giro di alcune librerie, senza mai trovarlo. Tra le varie librerie, siamo capitati in una nella quale ho incontrato un librario matto per la fantascienza.

-Il Sole Nudo è un libro bellissimo.- , diceva quasi disperato, -Ma non lo abbiamo. Te lo posso ordinare, ma arriverà alla fine dell’estate.-

-Lasci stare allora: ne ho bisogno subito.-

-Ti serve per la scuola?-

Alla mia faccia contrita deve avermi guardato meglio e rivalutato la mia età. Gli ho spiegato la triste questione del sasso, e allora si è illuminato e abbiamo iniziato a parlare di fantascienza. Mi ha raccontato di questo libro.

-Dovrebbe esserci sempre, in ogni libreria. Infatti faccio in modo che ci sia sempre una copia… – Diceva intanto questo signore, pieno di entusiasmo, e con maggior disperazione scopriva di non avere nemmeno questo in negozio.

Allora mi sono fidata e ordinato questo libro di cui non avevo mai sentito parlare.

 Ora vi parlo di questo romanzo. E di un concetto nuovo e terrificante che non avevo ancora incontrato in un romanzo di genere fantascientifico. 

O forse sì: una cosa simile accade in quel racconto stupendo di H.P. Lovecraft che è Color Out of SpaceE allora sia, che questo post racconti di entrambi.

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Ricomincio la lettura al gate B20… Ma come diceva una mia vecchia professoressa di Storia e Filosofia (una cara amica me lo ha ricordato di recente) “Non si può leggere Giro di Vite di Henry James in spiaggia.” Non si può: servono silenzio e solitudine, e magari il buio della sera e il clima più evocativo dell’inverno o dell’autunno. Ti devi immergere e ti si devono contorcere le viscere.

Qui incomincia il vero contenuto del post.

In Picnic sul ciglio della strada sono disseminate sulla Terra della Zone – sei in totale -luoghi di una breve sosta aliena.

Se si immagina di far ruotare una sfera (la Terra) e di spararci contro delle pallottole ad intervalli regolari, esse andranno a formare dei fori che si uniscono lungo una curva regolare. Il punto – il radiante – da cui i “colpi” sono stati sparati si trova lungo la tariettoria Terra-Deneb.

Nel loro immenso viaggio cosmico, gli alieni, di cui nulla si sa e nulla si è visto, hanno fatto una sosta brevissima lungo il loro percorso, un “picnic sul ciglio della strada”, circoscritto ma devastante, e sono ripartiti lasciandosi alle spalle oggetti, resti, rifiuti.  Nulla resta se non queste sei Zone, luoghi pericolossissimi e ancora largamente inesplorati dopo più di un decennio, pieni di oggetti e fenomeni inspiegabili di cui la scienza e la biologia non si capacitano.

La Zona di Marmot, si estende in un’area nell’ ex-periferia della cittadina. È un luogo difficilissimo in cui si avventurano gli stalker, per recuperare gli oggetti (“gusci”, “bracciali”, “bacchette”) da contrabbandare a trafficanti, collezionisti e scienziati. Ma non vi descrivo ulteriormente la Zona.

Le parti per me tra le più belle del libro sono proprio le due incursioni nei mandri della Zona di Marmot, che vengono descritte nei dettagli. Sembra di muoversi con Red Schouart attraverso un gameplayer buio e alienante. Oltre, naturalmente, la conversazione centrale in cui si discute della Visita.

Ma non vorrei dare una impressione fuorviante: se ho amato la descrizione degli attraversamenti della Zona, il romanzo in sé non ha molto a che vedere con l’azione, l’horror e la fantascienza puri. È profondamente psicologico e sociologico e muove domande fondamentali a cui non da risposta – e nel momento in cui le pone, scopri che queste domande ti appartengono.

Devo aver letto in un’altra recensione che ciò che è presente qui è un’assenza: gli alieni non ci sono, non sono stati visti, sono scomparsi, non si sa nulla di loro – chi siano, da dove vengano, come siano fatti, il significato della Visita (il “picnic” è un’ipotesi di uno scienziato). Quello che resta sono queste Zone, limitate nello spazio, anomale, inspiegabili, letali, che l’uomo non può nemmeno trattare o analizzare con la sua tecnologia e le conoscenze della fisica e della biologia attuali. Non può trarne sviluppi tecnologici. Qualcosa, alla fine, trova una utilità pratica, ma il tutto si ferma lì, le Zone e gli oggetti portati fuori da esse rimangono preclusi agli umani. Gli alieni sono assenti. Gli umani sono piccoli animali della foresta, che riemergono alla fine del fracasso, per ritrovare, dove un tempo c’erano il sottobosco e alcune loro tane, traccie di falò con carboni ancora ardenti, pozzanghere di benzina, il terreno segnato dalle ruote, lattine e bottiglie, lampadine fulminate, una radiolina portatile, un oggetto qualsiasi dimenticato… Gli umani sono piccoli animali della foresta cosmica che non sono stati degnati di uno sguardo.

Questa comprensione negata mi ha ricordato The Color Out of Space di H.P. Lovecraft. Ho… ascoltato… questo racconto qualche tempo fa, in tarda serata, per esercitare la comprensione dell’inglese. Era narrato magistralmente da Quentin Lewis. Egli stesso nella sua personale introduzione diceva di essersi stupito nello scoprire che Lovecraft considerasse questo il suo racconto migliore, o il più raffinato (finest), perchè manca completamente di tutto l’immaginario mitico e mostruoso legato a Cthulhu, Dagon… ma, in effetti, è proprio questa la differenza: queste identità terribili sono qualcosa con cui l’uomo può relazionarsi, può conoscere, può in qualche modo gestire e nominare. In Color Out of Space non accade nulla di tutto questo: non si capisce, non si conosce, non c’è un perchè – non si può capire, introiettare e reinterpreatre. E lì arriva l’inquietudine più profonda. 

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Lovecraft’s Color out of Space by Asahisuperdry on DeviantArt

L’impatto sull’ambiente e sulla vita biologica che ha l’arrivo di questo essere venuto dallo spazio profondo è estremamente disturbante, così come accade – ovviamente in modo diverso ma ugualmente terribile- nelle Zone dei Strugatzki.

Nelle Zone oltre alla biologia anche le leggi della fisica sono anomale e non corrispondono a quelle conosciute. Si individuano tracce  di applicazioni di una fisica diversa, più avantaza, così diversa da sembrare magia.

La mia lettura è superficiale. Già dalla prefazione, si cerca di spiegare la simbologia. È un romanzo pubblicato agli inizi degli anni Settanta, nell’URSS: è una critica al governo russo e alla corruzione? Le zone simboleggiano i lager? I due scrittori sono stati messi al bando più volte dal governo sovietico.

Penso di sì –  anche, quantomeno, ma so che i veri scrittori non usano metafore così lineari, metafore che, non appena scoperta la chiave di lettura, dicono tutto ciò che hanno da dire e poi si sfaldano, non lasciando nulla del libro nel quale erano inserite. I veri scrittori scrivono libri ai quali non si può dare un significato che li rinchiuda e li archivi nel loro ruolo storico, sociale, nel ruolo della nazione di provenienza. Vedono qualcosa di più fondamentale nella realtà in cui vivono.

I veri romanzi non danno mai pace a chi li ha letti.

Vi lascio con degli scorci creati da alcuni disegnatori su DeviantArt.

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Postcard form the Zone VII by lukpazera on DeviantArt
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Roadside Picnic 1 by 5ofnovember on DeviantArt
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Roadside Picnic 2 by 5ofnovember on DeviantArt
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Monkey by kopfstoff on DeviantArt

Memo a me stessa: tornare e ringraziare il libraio.

ROA’s hedgehog

Il riccio è stato creato dall’artista belga ROA nell’aprile del 2012.

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Adoro i suoi animali. Se cercate questo artista sul web, vedrete come le sue creature siano stane, spesso attorcigliate, ribaltate, addormentate, ma sempre incredibilmente realistiche. A volte  sono ferite, morte, completamente spellate o morsicate. Altre volte sono di una dolcezza infinita.  Adoro specialmente i mammiferi, per come riesce a rendere la loro pelliccia, i loro musi di volpe, di topo, di scoiattolo.

E i miei album fotografici di tutti questi soggiorni londinesi sono i più colorati che abbia mai fatto.

Il povero ragazzo in foto è il mio compagno, che subisce tutti i miei giri per le viuzze e i vicoli più strani alla ricerca dei miei artisti preferiti. Di solito il muro che cerco si trova oltre un cantiere, perchè mi sveglio sempre troppo tardi.

4 Settembre 2016

Energy Box – Milano street art

Pensieri

Tutte le mattine, per tutto l’anno accademico, un esserino nero e bianco, dagli occhi vividi che sbucano da un foltissimo piumaggio (o dal fogliame?), mi ha ricambiato lo sguardo oltre i vetri del pullman mentre, superato il malinconico viale Certosa, attraversavo Corso Sempione per raggiungere la stazione di Cadorna. Mi strappava sempre un sorriso – lieve, interno. Spesso in certi viaggi “di andata” per recarsi al lavoro o all’università, si è stanchi come al termine di una lunga giornata, e il buio di certe giornate invernali rende solo più acuta questa percezione.

Moltissime centraline nel 2015 sono state pitturate in modo spesso stravagante e ingegnoso.

Sogno spesso il “lontano” e quello che ho sotto gli occhi lo degno a volte giusto di una occhiata. Milano è paradossale perchè è vicina – a poco più di mezz’ora di strada – eppure l’ho vissuta così poco. È ancora la città che mi fa sentire piccola e spaesata.

Una fotografia dall’archivio, in una passeggiata serale di inizio estate lungo Via Torino:

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Giugno 2016, Via Torino.
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Novembre 2016, Isola. (Update: dicembre 2016)