Il Cigno – Il cielo ad occhio nudo – parte 12

Continua da Il cielo ad occhio nudo – Sirio – parte 11. È un capitolo della “serie” Il cielo ad occhio nudo, ma può essere letto benissimo a sé stante. 

In una notte di agosto, la costellazione del Cigno si  allunga alta allo zenit, seguendo nel suo volo l’arco della Via Lattea estiva, sovrapposta ad una delle zone più ricche di stelle e polveri del nostro cielo.

Il cigno è disteso ad ali spiegate lungo questa scia luminosa:  Deneb, α Cygni, segna la coda del cigno, mentre Albireo, β Cygni, si trova alla fine del lungo collo e segna il suo becco. In Sadr, la stella γ, è situato il cuore del cigno; le ali distese sono marcate dalle stelle δ, ε, ζ, ι e κ. Ad essa è associato il mito di Zeus e Leda.

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Schermata di Stellarium.

Deneb, distente circa 2600 anni luce, è una supergigante bianca: il suo nome ha il significato di “coda”, e proviene dalla locuzione araba al dhanab al dajajah, “la coda della gallina”. Albireo, invece, deriva il suo nome corrente da errori di traduzione e trascrizione nel corso dei secoli: per gli Arabi era al minhar al dajajah, “il becco della gallina”.

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Akira Fujii/DMI

 

Leggo nel libro Star Tales di Ian Ridpath che il nome corrente, che non ha di per sé alcun significato, può aver avuto origine dalla parola greca per “uccello”, ornis (che era il nome con cui era conosciuta l’intera costellazione da Aratro e Ptolomeo) e attraverso varie trascrizioni erronee venne associata alla seconda stella principale della costellazione nella grafia finale di Albireo.

Albireo è uno dei primi oggetti celesti che vengono osservati da chi inizia ad interessarsi di astronomia: è una stella doppia facilmente separabile anche da un piccolo primo telescopo (anche se probabilemente non da un binocolo). Il contrasto tra i colori delle sue due componenti è infatti straordinario: ambra e azzurro.

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Albireo. Credit: Marco Gulino.

La separazione tra le due componenti è di 35 secondi d’arco (circa un sesantesimo del diamtro apparente della Luna piena). 415 anni luce di distanza da noi, ancora non si sa se si tratti un effettivo sistema binario o solo di un effetto di prospettiva.

Come detto, questa costellazione è  sovrapposta ad una porzione dell’arco della Via Lattea… che altro non è che la vista di taglio del disco della immensa galassia a spirale nella quale viviamo. I suoi bracci a spirali appaiono sovvrapposti, creando intricate zone luminose e buie.

Parlavo della Via Lattea in questo articolo: Il cielo ad occhio nudo – La Via Lattea – parte 9 – che vi consiglio di leggere, perché è legato a questa parte di cielo 😉

Una sezione scura sembra tagliare per il lungo una parte della costellazione: è il Cygnus Great Rift, la grande fenditura del Cigno, un immenso complesso oscuro di nubi molecolari. Questo sistema di polveri è collocato tra il nostro Sistema Soalre e il braccio del Sagittario, e assorbe la luce delle stelle retrostanti (l’ammasso stellare OB2, ad esempio, è uno dei più ricchi della nostra galassia, ma completamente oscurato dalle polveri). La distanza di questo complesso è stimata attorno ai 3000 anni luce dal nostro pianeta.

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Credit: Bob King, Sky&Telecope.

Una seconda formazione oscura è chiamata “Northern Coalsack”, sacco del carbone del nord, in controparte con il Sacco di Carbone dell’emisfero australe, nella costellazione della Croce del Sud.

Luminosa è la grande Cygnus Star Cloud, che si estende verso Vega.

La nebulosa NGC 7000 invece è un grande complesso ad emissione situato vicino a Deneb. In una notte limpida e scura, ad esempio sotto un cielo di montagna, è visibile ad occhio nudo. Per via della sua forma è conosciuta come nubulosa “North America”.

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La stella più luminosa, in alto a sinistra, è Deneb. Sadr si trova appena a destra del centro. Sotto a Deneb è situata la nebulosa North America. Cygnus’ heart. Credit: Marco Gulino 
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North America Nebula. Credit: Marco Gulino.

Questa zona di cielo è così ricca di nebulose – oscure e luminose – e di ammassi di stelle  da tenere occupati a lungo con un semplice binocolo e con l’occhio nudo.

La costellazione del Cigno domina il cielo estivo, assieme alla Lira e all’Aquila. Le tre stelle principali, rispettivamente, di queste tre costellazioni, segnano i vertici del “Triangolo Estivo”: Deneb, Vega, Altair.

Nella fotografia seguente, Deneb è la stella più luminosa in basso a sinistra. Vega, in alto, splende di magnitudine visuale 0,03; Altair, di 0,76, e Deneb di 1,25.

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The Summer Triangle, eastern horizon. Vulpeca, Saggita, Vega, Altair and Deneb. Credir: Akira Fujii/DMI.

 

 

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Il cielo ad occhio nudo – Sirio – parte 11

Post precedente: Il cielo ad occhio nudo – La Lira – parte 10

È passato un po’ di tempo dall’ultimo post de “Il cielo ad occhio nudo”: adesso risplendono le bellissime costellazioni invernali: Orione, il Toro, il Cane Maggiore…

E nella costellazione del Cane Maggiore si trova la stella più luminosa dell’intero cielo, Sirio, che proprio ieri, alla mezzanotte della vigilia del nuovo anno, ha raggiunto il punto più alto del cielo.

Provo da sempre una bella emozione quando osservo le stelle invernali nell’aria gelida della sera, mentre torno a casa o quando mi affaccio dalla finestra: Betelgeuse e Aldebaran sono nettamente di colore rispettivamente rosso e arancione;  le stelle della Cintura di Orione sono supergiganti e ipergiganti bianche distribuite in un pattern immediatemente riconoscibile, più in alto si intravede l’ammasso aperto delle Pleiadi… e naturalmente c’è Sirio.

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Cane Minore, Cane Maggiore e Orione. Credit: Akira Fujii/DMI.

af4-06_72La costellazione del Cane Maggiore. Credit: Akira Fujii/DMI.

IMG_20170416_214246-gimpLa costellazione del Cane Maggiore dalla spiaggia di Sciacca, in Sicilia, ripresa con uno scatto a lunga esposizione con il nostro smartphone da me e Marco Gulino (tutta la storia qui: Chasing stars – Sicilia – parte 1 di 2).

Sirio 

Sirio viene chiamata anche “la stella del cane” o “stella canicola” (“dog star” per i popoli anglosassoni), e prende il suo nome moderno dal greco antico Σείριος (Séirios), dal significato di “splendente” o “ardente, bruciante”.

Anticamente era anche identificata con la dea Iside (Eratostene) e con Κύων, “cane”.  Il nome latino Sirius è apparso per la prima volta nelle Georgiche del poeta Virgilio – tra il 37 e il 30 a.C..

In un passato in cui lo scorrere del tempo è scandito e compreso attraverso i movimenti celesti, associati a questa stella ci sono i giorni del cane – i giorni più caldi dell’estate, una quarantina di giorni che coincidono con  il sorgere eliaco di Sirio: dopo un lungo periodo dove non è stata visibile, la stella ricompare sopra l’orizonte est per un breve momento all’alba, subito prima del sorgere del Sole. Questo era il segno che stavano per arrivare i giorni più caldi.

La ricomparsa prima dell’alba della stella Sirio sopra l’orizzante preannunciava anche, nell’antico Egitto, l’inizio della stagione delle inondazioni del Nilo. Sacrifici di animali (tra cui di un cane) venivano svolti nell’antica Roma per scongiurare gli effetti nevasti sulla salute e sui raccolti che venivano associati a questa stella e al tremolio della sua luce.

Da quel bellissimo libro che è “The Arctic Sky” di John MacDonald, leggo che per il popolo Inuit Sirio è Singuuriq, che si traduce in “tremolante”, “pulsante” – come di una fiamma colpita da un soffio di vento.

Sirio effettivamente “tremola”, soprattuto, come accade nell’Artico, quando è bassa sull’orizzonte (non si alza più di 4°) : è l’effetto della luce che attraversa gli strati dell’atmosfera – l’insieme di rifrazione, assorbimento e basse temperature -, e conferisce agli astri puntiformi come Sirio l’aspetto di qualcosa che brucia. Leggo che l’effetto può essere così forte da creare giochi prismatici, e il popolo Inuit poteva utilizzare la qualità del tramolio di Sirio per avere indizi sul tempo e prevedere un calo o un aumento della temperatura.

Oltre alle infinite leggende che si estendono per tutto il globo e si perdono indietro nel tempo, quando ora osserviamo Sirio possiamo pensare anche alle meraviglie scientifiche legate a questa stella – in particolare all’esistenza di Sirio B, la nana bianca compagna.

Sirio è una stella bianca, di classe spettrale A, come Vega e Altair, ed è lontana soli 8 anni luce dalla Terra. Questa combinazione di vicinanza e di luminosità intrinseca la rendono una stella di magnitudine apparente -1,46: la stella più luminosa dell’intero cielo. La seconda stella più luminosa si trova nel cielo australe, ed è Canopo, nella costellazione della Carena.

Sirio è in realtà un sistema stellare doppio che ha dell’incredibile: Sirius A, che noi osserviamo brillare nel cielo, è una stella di dimensioni e massa paragononabili al Sole, ma la sua compagna, Sirius B, è una nana bianca, densissima e dal diametro più piccolo di quello della Terra.

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Dimensioni di una nana bianca prodotta da una stella delle dimensioni del Sole in confronto con quelle della Terra. Credit: ESA / NASA.

Le due stelle solo legate in un’orbita di circa 50 anni che le porta a una distanza minima di 8,2 UA e una massima di 31 UA – ovvero, nel momento in cui sono più vicine, si trovano a una distanza minore di quella tra il Sole e Saturno.

Erano un tempo due stelle luminose in un sistema binario, una delle quali, 120 milioni di anni fa, si è evoluta in gigante rossa: Sirius B è il nucleo collassato di questa stella, rimasto nell’orbita, invisibile all’occhio nudo, ma osservabile con telescopi di buon diametro, anche amatoriali.

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Sirio B dal Telescopio Hubble.

La differenza di luminosità apparente tra le due componenti (quasi 10 ordini di magnitudine!) rende Sirius B difficilissima da osservare… la luminosità della principale è soverchiante e ingloba completamente quel puntino a soli 3-11 arcosecondi.

Nei raggi X, però, l’immagine si rivela molto diversa: la luce che emana Sirio B, caldissima, è paragonabile a quella di Sirio A:

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Sirio A e B riprese nei raggi X dal satellite Chandra.

L’esistenza di Sirius B era stata ipotizzata dal matematico e astronomo Friedrich Bessel, ed è una delle prime nane bianche a essere scoperte, con 40 Eridani B e Procyon B.

Le nane bianche, così come gli altri due possibili resti alla fine della vita di una stella – le stelle di neutroni e i buchi neri – sono oggetti incredibili, in cui la fisica classica si incontra con la fisica quantistica.

Time lapse ripreso da Marco Gulino dal nostro giardino il 30 dicembre 2017.

 

La storia del cane maggiore continua in Il cielo ad occhio nudo – Il Cane Maggiore (link a breve).

Alla pagina Spettroscopia potete trovare lo spettro di Sirio, ripreso da me e Marco Gulino l’8 dicembre 2015.

 

Il cielo ad occhio nudo – La Lira – parte 10

Continua da Il cielo ad occhio nudo – La Via Lattea – parte 9.

La Lira e il mito che racconta

La Lira è una costellazione estiva. Si trova vicino all’arco della Via Lattea. La sua stella più brillante è Vega: è una stella bianca, luminosissima, che in estate nel corso della notte raggiunge quasi lo zenit. È in effetti la stella più luminosa del cielo estivo – più di Altair e Deneb.

“Vega” è un nome antichissimo, e ha origini arabe, pre-islamiche. “Vega” è stato, nel tempo, estrapolato dal nome con cui gli arabi chiamavano stella: “al-nasr al-waqi“, che significava “l’aquila/l’avvoltoio volante”. Questa espressione richiama anche le origini del nome della stella Altair, della costellazione dell’Aquila: “al-nasr al-tair, con lo stesso significato.  I beduini del deserto vedevano nelle stelle delle costellazioni della Lira e dell’Aquila due rapaci, il primo in picchiata con le ali contro il corpo, il secondo con le ali spalancate. Ma già prima, nell’antica Mesopotamia, Altair era conosciuta come “la stella aquila”. Queste immagini si sono perpetrate nel tempo fino a noi.

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Costellazione della Lira. Linee e nomi aggiunti in Gimp. CREDIT: Akira Fujii/DMI.

Vega e le stelle vicino a lei formano la costellazione della Lira: essa fa riferimento alla tradizione greca e allo strumento musicale usato dai cantori e dai poeti. Quella a cui è stata dedicata la costellazione è la lira di Orfeo, il più grande cantore del mito greco: la sua è stata la prima lira mai costruita, inventata da Ermes, che costruì la cassa armonica dal guscio di una tartaruga. Il dio svuotò il guscio, lo forò e tese sette corde di interiora di mucca – e inventò anche il plettro con cui suonarla. La lira finì poi tra le mani di Apollo, che la donò ad Orfeo.

La musica di Orfeo era in grado di incantare creature animante e inanimate: fiere, ma anche rocce, alberi, corsi d’acqua. Gli alberi -intere foreste – si muovevano per seguirlo.

La vicenda che lo rende più conosciuto è quella della sua catabasi: la discesa negli Inferi in cerca di Euridice.

La giovane moglie di Orfeo, Euridice, morì per il morso di un serpente ad un piede nudo.

Orfeo si incamminò, vivo, nel Regno dei Morti per chiederla indietro al dio di quel mondo, Ade.

A lungo il poeta del Ròdope la pianse sulla terra dei vivi, finché, osando l’impossibile, andò fino allo Stige, nella terra dei morti, oltre la porta del Tènaro, e tra folle svolazzanti di defunti onorati dal sepolcro si presentò a Persèfone e Plutone, il signore del regno delle ombre. [Ovidio, Metamorfosi, libro X]

Ade e Persefone accettarono quando ascoltarono la sua musica e il suo canto: tutto l’Oltretomba si paralizzò commosso ad ascoltarlo. Orfeo poteva risalire il lungo budello che lo avrebbe riportato in superficie, nel mondo dei vivi: l’ombra impalpabile di Euridice lo avrebbe seguito e, una volta raggiunto l’esterno, sarebbe ritornata in carne ed ossa. Soltanto, non avrebbe mai dovuto guardarla mentre era ancora uno spettro.

Orfeo prese la moglie per mano e suonava la lira per guidarla lungo il percorso del ritorno. Si incamminarono attraverso una nebbia fitta e fosca, in un silenzio sepolcrale. Alle sue spalle Orfeo non poteva sentire nulla – non poteva nemmeno essere sicuro che lo stesso seguendo, e alla fine, cedendo ad una tentazione fatale, gettò un’occhiata alla sue spalle: e lei fu risucchiata indietro, morendo per la seconda volta e questa volta per sempre.

In quell’istante, come risucchiata da un vortice implacabile, Euridice scivolò indietro e tendendo le braccia invano cercava di aggrapparsi a lui e d’essere afferrata, ma, infelice, altro non strinse che l’aria sfuggente. [Ovidio, Metamorfosi, libro X]

Orfeo tornò da Caronte e lo pregò di traghettarlo nuovamente all’altra riva, ma fu respinto. Rimase per sette giorni accasciato sulla spiaggia dello Stige.

La costellazione della Lira non è molto grande. È possibile immaginare, sotto Vega, un trapezio di stelle: le due stelle più luminose sono la stella β, Sheliak, e la γ, Sulafat. Esse sono molto più lontane: Vega si trova a 25 anni luce di distanza da noi – Sheliak 880, e Sulafat 630.

Sheliak e Sulafat sono nomi che si riferisco allo strumento musicale – nomi sempre antichi, ma più recenti di quelli che impressionano l’uccello rapace: il primo significa “l’arpa”, mentre Sulafat dariva dal termine arabo  per “testuggine”: il guscio di tartaruga con cui è stata fabbricata la cassa della lira.

Fronte e retro di una lira ateniese, datata 400 a.C. e fabbricata da un carapace di tartaruga. CREDIT: Smith College Museum.

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Fonti per questo pezzo:

“I Nomi delle Stelle”, Gabriele Vanin

“Metamorfosi”, Ovidio

Chasing stars – Sicilia – parte 2 di 2

Parte 2 di 2

Continua da Chasing stars – Sicilia – parte 1 di 2.

Mare di notte

Ci dirigiamo alla spiaggia. Sciacca è una città collinare: la stradina che porta al mare si tuffa nel buio, lunga, ripidissima e piena di sobbalzi, costeggiata dalla vegetazione.

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“Non sono sicuro di aver preso la strada giusta…”

Il rombo del mare mi toglie il fiato. Le onde che si infrangono sul bagnasciuga formano sottili scie luminescenti.

E che cielo! Davanti a noi, quasi rasenti al mare, splendono le costellazioni del Cane Maggiore e di Orione. Si riesce anche a vedere la debole Via Lattea invernale.

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Il Cane Maggiore sul mare, proprio davanti a noi.

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Verso ovest…
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Orione, Aldebaran, Marte, le Pleiadi…

Dalla Sicilia, le costellazioni del cielo australe sono un po’ più alte sull’orizzonte. Il Corvo è ben visibile e luminoso, e là sotto emerge un pezzo della Vela!

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Rivedere dopo tanto tempo un bel cielo buio mi da alla testa.

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Su di giri!

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Giocando…
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E questa stella qui ovviamente è Epsilon Monocerotis.

La “W” di Cassiopea sfiora l’orizzonte.

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Cosa abbiamo usato

Per questi scatti abbiamo usato semplicemente lo smartphone: il OnePlus 3 di Marco, con il programma di camera standard.  

Le pose sono di 30 secondi, con ISO 2000.

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Chasing stars – Sicilia – parte 1 di 2

Parte 1 di 2

La sera del 15 aprile io e Marco siamo andati a passeggiare al porto di Sciacca – eravamo nella sua città natale per le vacanze di Pasqua. Era di nuovo una bellissima sera e abbiamo notato la stella Sirio iniziare a brillare nel cielo bluastro del crepuscolo. Debolissima, si intravedeva anche una prima Betelgeuse. Ne è nato questo esperimento, che qui divido in due post: abbiamo provato a fare delle riprese al cielo utilizzando lo smartphone e regolando semplicemente esposizione e ISO –  un po’ di astrofotografia con strumentazione assolutamente minimale (su questo, più informazioni più avanti).

Crepuscolo, al porto 

Sono le otto di sera. Sirio, la stella più luminosa del cielo, incomincia a intravedersi nella luce del crepuscolo.

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Strizzando un po’ gli occhi, appare anche Betelgeuse, la gigante rossa della costellazione di Orione.

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Incamminandoci verso il pontile di pietra, vediamo apparire Giove da dietro le rocce, tra i gabbiani che si posando e si alzano in volo stridendo.

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Gabbiani posati e gabbiani in volo…

Di minuto in minuto il cielo diventa sempre più buio e iniziano a distinguersi le altre stelle delle costellazioni del Cane Maggiore e di Orione. Più in alto, risplende Procione.

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“Guarda l’Orsa! Lì! É bellissima! Voglio una foto mentre indico l’Orsa!” (e l’Orsa non si vede)

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Un passaggio della ISS

Ad un certo punto si accende un puntino rossastro nel campo che stiamo fotografando e si muove lentamente verso sud, attraversando Orione: è un passaggio della ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. Nelle foto a lunga posa, appare come una striscia:

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Con il buio che si fa sempre più fitto, torniamo alla macchina e ci dirigiamo alla spiaggia.

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Si parte! Gu ha tanta pazienza.

Il cielo ad occhio nudo – Cefeo – parte 8

Continua da Il cielo ad occhio nudo – parte 7

Ho percorso velocemente Andromeda, Cassiopea, Perseo, Ceto, Pegaso… manca, per avere tutte le costellazioni legate allo stesso mito, quella del Cefeo.

Cefeo

Come Cassiopea, anche Cefeo è una costellazione circumpolare. È riconoscibile cercando l’asterismo battezzato dagli astrofili “la casetta”: il tetto formato dalle stelle β, γ, ι, la facciata con ai vertici le stelle β, α, δ e ι. Nell’immagine di Akira Fujii che segue, si vede quanto questa costellazione sia vicina al polo nord (la stella Polaris). Più sotto, si riconosce la “W” di Cassiopea.

 

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Cepheus. Credit: Akira Fujii/DMI.

Alderamin, α Cephei, è una subgigante bianca. In futuro diventerà una stella polare: nel 7550 d.C. si troverà a un paio di gradi dal polo nord celeste.

Ma il segreto di questa costellazione risiede in un’altra stella: μ Cephei. 

μ Cephei

μ Cephei è la stella più grande che si possa vedere ad occhio nudo…. e non solo: è una delle stelle più grandi e luminose conosciute nell’intera Galassia. Oltre a lei ci sono pochi altri colossi, come VV Cephei e VY Canis Majoris. Antares e Betelgeuse, che splendono qui rispettivamente in estate e in inverno nelle costellazioni dello Scorpione e di Orione, sono decisamente minori di queste, per dimensioni e luminosità.

Quando si tratta di stelle supergiganti rosse, la stima delle dimensioni e della distanza precise rimane molto incerta. Una delle ragioni delle difficoltà di misurazione è che l’ambiente che circonda questo tipo di stelle è molto caotico: perdono i gusci più esterni del loro involucro, estremamente rarefatto.

μ Cephei è infatti in uno stadio avanzatissimo della sua evoluzione: la stella da cui si è originata era estremamente massiva, e ora terminerà la sua evoluzione in una esplosione di supernova.

μ Cephei è conosciuta come “stella granata di Hershel”: questo nome le fu dato dall’astronomo Giuseppe Piazzi (l’astronomo che scoprì Cerere la notte del 1 gennaio 1801, mentre dal tetto dell’Osservatorio di Palermo compiva misurazioni stellari con il suo cerchio altazimutale), ricordando Hershel.

Hershel, nel 1780, incredibile pioniere nell’astronomia, scrisse questa osservazione durante il suo studio ed esplorazione del cielo (provo a tradurla) : “Una stella davvero considerevole, non segnata da Flamstead, si trova vicino alla testa del Cefeo. È di un incantevole e profondo color granata, che ricorda la stella periodica omicron Ceti [Mira], ed è un oggetto bellissimo, specialmente se prima si è osservata per qualche tempo una stella bianca come alpha Cephei, che è lì a portata di mano.”

Il questo articolo di AAVSO ci sono delle considerazioni interessanti sul suo colore: Mu Cephei.

Con una magnitudine visuale di circa 4, la stella granata è individuabile ad occhio nudo, alla base dell’asterismo casetta del Cefeo, come si vede nell’immagine. Non essendo molto luminosa, il suo colore può essere apprezzato appieno aiutandosi con uno strumento ottico. Viene descritta come una stella di un rosso molto carico. Quando ho avuto modo di osservala al telescopio, mi ha colpito il fatto che indubbiamente fosse colorata in modo netto. In quando al colore, non l’ho percepito come un rosso, ma forse più come un color rame.

Una stella ancora più grande di questa è VV Cephei: come dice la designazione latina, appartiene anche lei a questa stessa costellazione. Per trovarla bisogna spostarsi all’interno dell’asterismo della casetta.  È di una magnitudine più debole (di circa quinta magnitudine) ma anch’essa localizzabile ad occhio nudo tra le altre stelle. È una binaria ad eclisse…

 

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La posizione di VV Cephei sul Pocket Sky Atlas.
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Per visualizzare il termine “grande”: confronto con il Sole.

 

Il mito: Perseo, Andromeda, Cassiopea, Cefeo, Pegaso

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Schermata di Stellarium con evidenziate le costellazioni trattate.

Cefeo era il re dell’antica Etiopia, una regione che si estendeva a sud del Mar Rosso e che comprendeva parte dei moderni stati di Israele, Giordania ed Egitto. Cefeo era sposato con Cassiopea, una donna eccezionalmente vanitosa che sfrontatamente dichiarava di essere più bella delle nereidi.

Le nereidi – le ninfe del mare – chiesero vendetta per il suo affronto a Poseidone, il quale scagliò sulle coste dell’Etiopia il mostro marino Ceto, che incominciò a compiere stragi e devastazioni.

Il re Cefeo, disperato, si recò a consultare l’oracolo di Ammone per capire la ragione della collera degli dei e come fare per liberarsi della calamità che si abbatteva sulle coste del regno. L’oracolo gli rispose, e gli disse che per placare Poseidone avrebbe dovuto sacrificare la figlia Andromeda al mostro.

Cefeo decise di non anteporre la vita di sua figlia al benessere del regno, e la giovane Andromeda venne incatenata agli scogli come offerta sacrificale.

Perseo la vide da lontano mentre ritornava in patria dopo l’uccisione della gorgone Medusa, reggendo ancora in mano la sua testa decapitata. In alcune versioni viaggia con i sandali alati donatogli da Ermes, in altri in groppa del cavallo alato Pegaso. Vide dunque la ragazza, e la folla radunata sulla spiaggia. In questa folla attendevano anche Cefeo e Cassiopea.

Già tra le onde infuriate del mare iniziava a vedersi la sagoma del Ceto che si avvicinava. Perseo si recò dal re e dalle regina, facendosi spiegare la situazione, e promise l’uccisione del mostro, in cambio di avere in sposa la loro bellissima figlia. Tornò verso gli scogli, e uccise il mostro marino poco prima che questi si avventasse sulla sua vittima.

La versione che ne da Ovidio è piena è come sempre molto evocativa: Andromeda, pietrificata dalla paura, sembrerebbe una statua se non fosse per i capelli che ondeggiano nel vento…

Dopo aver sorvolato e lambito innumerevoli popoli,
giunse in vista degli Etiopi e delle terre di Cefeo.
Lì Ammone aveva selvaggiamente ordinato che l’innocente
Andromeda pagasse con la vita l’arroganza della madre.
Come la vide, le braccia incatenate a un masso della scogliera
(se la brezza non le avesse scompigliato i capelli e calde lacrime
non le fossero sgorgate dagli occhi, una statua di marmo, questo
l’avrebbe creduta), Perseo senza avvedersene se ne infiammò,
rapito dal fascino che quella stupenda visione emanava,
tanto che per poco le ali non si scordò di battere nell’aria.
Sceso a terra, disse: “No, tu non meriti queste catene,
ma solo quelle che stringono nel desiderio gli amanti:
svelami, voglio saperlo, il nome di questa terra e il tuo,
e perché porti i ceppi!”. Sulle prime lei tace, non osa,
lei vergine, rivolgersi a un uomo, e per timidezza si sarebbe
nascosto il volto con le mani, se non fosse stata incatenata.
Gli occhi le si riempirono di lacrime: solo questo poté.
Ma lui insisteva, e allora, perché non pensasse che gli celava
colpe sue, gli rivelò il nome della terra, il suo,
e quanta presunzione nella propria bellezza avesse riposto
sua madre. Non aveva ancora raccontato tutto, che scrosciarono
le onde e apparve un mostro, che avanzando si ergeva
sull’immensità del mare e col petto ne copriva un largo tratto.
Urlò la vergine. A lei si erano accostati il padre in lutto
e la madre, entrambi angosciati, ma a maggior ragione questa:
non le portavano aiuto, ma solo il pianto e la disperazione
per quella sventura e si stringevano al suo corpo in catene.

Perseo a questo punto si lancia in alto, fino a ritrovare sotto di sé la sagoma del mostro: vi si avventa, conficcando fino all’elsa la spada nella sua scapola squamosa. Il Ceto si agita, ferito, e Perseo continua a colpirlo schivando i suoi morsi. Qui Ovidio dice come gli spruzzi d’acqua inizino ad appesantire le ali di Perseo, rischiando di portarlo giù, nel mare. Perseo, non fidandosi di continuare con i calzari alati imbevuti d’acqua, va verso uno scoglio, e continua a combattere reggendosi con la mano sinistra alle sporgenze.

Sconfitto il mostro marino, re e regina salutano l’eroe come loro genero e liberano la fanciulla dalle catene.

C’è ora questo pezzo molto bizzarro, che parla della nascita… del corallo. L’ho appreso molto di recente sentendo un altro appassionato raccontare questo mito. Ora, lo ritrovo effettivamente nei versi di Ovidio: perché la testa della Medusa non venga rovinata dalla sabbia, Perseo prepara un piccolo letto di alghe e la depone lì sopra. Le alghe, sotto lo sguardo della Gorgone, si pietrificano: è la nascita del corallo. Le nereidi rimangono incantate da questi oggetti, si distraggono dalla loro offesa, giocano con le piante acquatiche pietrificate e le gettano in mare perché i fondali si popolino di coralli.

L’eroe intanto attinge acqua e si lava le mani vittoriose;
poi, perché la rena ruvida non danneggi il capo irto di serpi
della figlia di Forco, l’ammorbidisce con le foglie, la copre
di ramoscelli acquatici e vi depone la faccia di Medusa.
I ramoscelli freschi a ancora vivi ne assorbono nel midollo
la forza e a contatto col mostro s’induriscono,
assumendo nei bracci e nelle foglie una rigidità mai vista.
Le ninfe del mare riprovano con molti altri ramoscelli
e si divertono a vedere che il prodigio si ripete;
così li fanno moltiplicare gettandone i semi nel mare.
Ancor oggi i coralli conservano immutata la proprietà
d’indurirsi a contatto dell’aria, per cui ciò che nell’acqua
era vimine, spuntandone fuori si pietrifica.

Il cielo ad occhio nudo – Balena – parte 7

Continua da Il cielo ad occhio nudo – parte 6.

Ceto

La costellazione del Ceto o della Balena (Cetus il nome latino) è bassa sull’orizzonte qui. È visibile in autunno e ad inizio inverno, guardando verso sud. Si alza dall’orizzonte e poi torna ad inabissarsi. È una costellazione principalmente del cielo australe: molte sue stelle hanno declinazione negativa, come si legge anche dalla mappa qui sotto.

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Costellazione del Ceto. Credit: IAU/Sky&Telescope.

Non è una costellazione molto appariscente – non una delle prime che si imparano a riconoscere nel cielo.

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Cetus, Mira, Menkar, Difda. Credit: Akira Fujii/DMI.
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Cetus, Mira, Menkar, Difda. Credit: Akira Fujii/DMI. Linee aggiunte in in Gimp, basandomi su quest’altra immagine.

Nelle antiche mappe, il pentagono dove si trova la stella Menkar rappresenta la testa del mostro marino. Poi si scende per il collo fino al corpo e la coda, dove si trova Deneb Kaitos.

Menkar è una parola araba che significa “le narici”, ed era inizialmente applicata a λ Cet. La stella più luminosa della costellazione, ma anche molto bassa, è β Cet. È conosciuta in modo equivalente con due diversi nomi: Deneb Kaitos e Difda. Difda dovrebbe essere la designazione più antica: nelle cosellazioni beduiniche era “la seconda rana”, mentre la “prima rana” era la stella Fomalhaut, del Pesce Australe. Deneb Kaitos è una abbreviazione di una locuzione islamica dal significato “il ramo meridionale della coda del mostro marino”. Un’altra stella ha nome Deneb: la luminosa stella α nel Cigno, alta nelle notti estive. Deneb, infatti, da sola significa “coda”. Nel caso del Cigno, la locuzione araba significava “la coda della gallina”.  Baten kaitos, invece, è “il ventre del mostro marino”.

Menkar, Baten Kaitos e Deneb Kaitos sono tutte e tre stelle dai colori caldi, di classe spettrale M e K, e tutte delle giganti.

Mira 

La costellazione della Balena non ha sempre lo stesso aspetto… al contrario, cambia nel tempo in modo drastico: c’è una stella, Mira, che in alcuni momenti è luminosa quasi come Deneb Kaitos… in altri, del tutto invisibile ad occhio nudo.

Mira, la stella omicron, è una gigante rossa , a 350 anni luce di distanza. Si trova agli stadi finali della sua evoluzione stellare: dopo l’idrogeno, ha quasi terminato anche la fusione dell’elio.

Questa stella sta pulsando: il suo inviluppo gassoso si contrae e poi riprende ad espendersi, ciclicamente. Alla fine, l’involucro gassoso si staccherà dalla stella, dando origine ad una nebulosa planetaria, al cui centro rimane il resto degenere di quello che era il nucleo della stella: una nana bianca.

Queste pulsazioni, che modificano le dimensioni della stella, causano anche un cambiamento della sua luminosità di circa 8 magnitudini.

In un periodo di 332 giorni, la luminosità apparente della stella va dalla magnitudine +2 alla magintudine +10. In un cielo buio, si possono osservare ad occhio nudo solo stelle fino alla sesta magnitudine visuale: per diverso tempo c’è un vuoto al posto di Mira.

Si sono scoperte cose ancora più interessanti su Mira, osservandola nei raggi ultravioletti con il telescopio GALEX (qui un articolo). Mira si sta muovendo nello spazio in modo particolarmente veloce, e ha lasciato dietro di sè una scia di materia lunga 13 anni luce. Una scia ricca di elementi come carbonio, ossigeno… materia che va ad arricchire il mezzo interstellare, dal quale possono formarsi altre stelle e altri pianeti.

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Mira vista da GALEX.
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Mira vista da GALEX.

Il mostro marino

Il kētos non era esattamente una balena, ma un grande animale marino dal carattere e dall’aspetto mostruoso, a volte rappresentato con un aspetto ibrido. Queste che seguono sono delle antiche mappe…

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Cetus nell’Uranometria di Bayer, 1603.
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Il Cetus di Hevelius, Uranographia, 1690.

Qualche tentacolo in più, e sarebbe degno di essere intravisto in un racconto di Lovecraft.

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Cetus nell’Uranographia di Bode, 1801.

Nella mitologia ebraica, invece, il mostro marino era il Leviatano, l’essere biblico simile ad un immane serpente nato il quinto giorno della creazione, e che combatte contro l’altro mostro presente nell’Antico Testamento, Behemoth.

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Behemoth e il Leviatano, William Blake.