Dall’album degli schizzi – La ragazza Alda Merini in manicomio #2

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Sketch. December 17, 2016. “La ragazza Alda Merini in manicomio #2 – Girl Alda Merini in nuthouse #2”. Faber Castle Graphite Pure 2900 9B, Strathmore Toned Gray. Model: me.

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Dall’album degli schizzi – La ragazza Alda Merini in manicomio

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Sketch. December 16, 2016. “La ragazza Alda Merini in manicomio – Girl Alda Merini in nuthouse”. Faber Castle Graphite Pure 2900 9B, Strathmore Toned Gray. Model: me.

Uno degli schizzi per un progetto a cui ho iniziato a pensare qualche giorno fa: un tributo ad Alda Merini, che penso di intitolare “Pelo di Volpe” e che affiancherà vari disegni alle sue poesie e ai suoi scritti.

Solaris

Brevi pensieri

È impareggiabile il piacere di leggere un buon libro. In questo caso, un libro di ottima fantascienza.

Ho letto Solaris di Stanislaw Lem tutto d’un fiato, intensamente, in pochi giorni… E so che dovrò riprenderlo, perché questa storia è profonda, e sento che ci sono diversi livelli ancora da comprendere. Sicuramente è un libro che non ti lascia immutato mentre ti ci avventuri attraverso: ti lascia un calco, un’impronta.

Ho anticipato la lettura di questo romanzo grazie al consiglio di una lettrice: lo stavo rimandando scoraggiata dalla versione cinematografica del 2002, che non mi era piaciuta per nulla. Ma questa storia non ha nulla a che vedere con quella del film.

Questa romanzo mi capita tra le mani, inoltre, esattamente nel momento giusto: la sua lettura è cominciata parallelamente ad un progetto di scrittura -di cui non parlerò qui- legato al subconscio e ai sogni. Alle volte tra le pagine di Lem trovavo spiragli e amplificazioni estremamente inquietanti.

Solaris è la storia dell’Uomo che cerca di comprendere un oceano alieno che ricopre un intero pianeta. Ma quell’abisso terribile, inaccessibile, quel moto ondoso inquietante, è uno specchio oscuro e vertiginoso. I suoi meandri sono vasti e vari come la coscienza. È ciò che si materializza quando la coscienza cede all’inconscio e alle realtà più sepolte e rinnegate.

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Ocean by Alex Andeev on DeviantArt
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The Old Mimoid by Alex Andrrev on DeviantArt
Symétriade by D. Signoret

Aprendo gli occhi, chi o.. cosa potresti vedere, seduto in controluce davanti alla finestra, oltre la quale il sole rosso di Solaris infuoca di riflessi magenta quell’oceano senza confini che non sembra muoversi come una massa d’acqua, ma come un mastodontico animale fatto di muscoli?
É magistrale in modo in cui Lem crea e sviluppa la storia e i tre scienziati che ne sono protagonisti, nonché il modo in cui riesce a trattare le descrizioni del pianeta  e dell’oceano. La storia umana dello studio di Solaris è raccontato, inoltre, con enorme plausibilità.

È un vero piacere lasciarsi immergere nell’ambiente della stazione, sentire tutto il turbamento, l’inquietudine senza nome, cercare di rispondere alle domande che vengono poste tra le righe. È un vero piacere trovare un libro così tanto più ampio della somma delle sue pagine stampate.

Il riverbero della luce sulle onde di Solaris è ancora impresso nella retina.

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Grazie Liv!

Un che di Escheriano

Sto continuando a fare veloci schizzi a matita, per acquisire dimestichezza. Stasera ho cercato di riprodurre dal vero la mia mano. Mentre disegnavo, con la mano sinistra posata sul foglio, mi sono ritrovata a pensare ad Escher.

Con mano.
Bozza quasi completata.

Mi è venuta in mente una cosa curiosa, ovvero che se Borges è forse il mio scrittore preferito, Escher è l’artista che amo di più, e tra i due c’è tutto un insieme di elementi comuni: la matematica, la simmetria, la ripetizione, gli specchi, le pietre e cristalli, le atmosfere oniriche, le architetture impossibili. In comune si ritrovano anche il fatto che sono i due artisti più usati dai fisici e matematici per abbellire i propri libri.

Se vi va di leggere un pezzettino che ho scritto su Borges, lo trovate qui: Al mio Jorge Luis Borges.

Escher mi fa tornare in mente Bologna, dove ho visto dal vivo le sue litografie per la prima volta. Era un tiepido sabato di giugno. Ricordo il vento in cima alla torre degli Asinelli che scuoteva forte la maglia di cotone e la gonna che indossavo. La città si estendeva con i suoi colori caldi: il marrone e l’ocra. La abbiamo lasciata alle nostre spalle al crepuscolo…

Le profondità umane del cervello positronico

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Dalla copertina di Robot Dreams. Illustrazione di Ralph McQuarrie.

Chiudo I Robot dell’Alba e osservo l’autostrada bagnata oltre i vetri del pullman. Il sole non è ancora sorto.

Asimov, con la sua scrittura equilibrata, come un perfetto direttore d’orchestra, ha creato un universo coerente e visionario, che si espande nel futuro fino a tempi vertiginosamenti distanti.

Nel Ciclo delle Fondazioni, l’umanità ha occupato l’intera galassia, perdendo completamente memoria dell’esistenza di un pianeta d’origine: la Terra è diventata solo un mito nebuloso. La Galassia è popolata da soli umani -l’assenza degli alieni nella galassia asimoviana è un elemento peculiare che apprezzo molto [1]- e l’acutezza dei molteplici particolari psicologici e sociali, l’immersione a cui il lettore è costretto, da  l’impressione di star leggendo una bellissima, e inquietante nella sua plausibilità, epopea dell’Uomo nei millenni futuri.

È il Ciclo dei Robot (che trovo segnato anche come Ciclo degli spaziali) a comporsi secondo me dei suoi romanzi più belli, primi fra tutti: Abissi di Acciaio (The Caves of Steel, 1954), Il sole Nudo (The Naked Sun, 1957), e I Robot dell’Alba (The Robots of dawn, 1983): siamo nell’epoca in cui sono stati colonizzati i primi Mondi Spaziali e i terrestri si sono, ad un certo punto, ritirati nelle profondità di mastodontiche e sovraffollate città coperte. Sono esseri agorafobici, che crescono e muoiono nel loro utero di acciaio senza aver mai visto il Sole o averne sentito il calore, senza aver mai sperimentato la pioggia, il vento, l’umidità, l’ambiente naturale.

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Dalla copertina di The Caves of Steel. Illustrazione di Stephen Youll.
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Dalla Copertina di The Naked Sun. Illustrazione di Stephen Youll.

In questi tre romanzi si muovono due splendidi personaggi: il detective di polizia Elijah Baley e il robot umanoide Daneel Olivaw. L’interazione tra i due fa nascere tante riflessioni, una fra tutte la percezione complessa che un essere umano può avere di fronte ad un robot umanoide come Daneel, specchio misterioso.

Daneel prese la mano di Baley e la strinse con calma freddezza, le dita che si chiudevano in una presa piacevole e non dolorosa, per poi rilasciarla.
Baley sperava onestamente che gli occhi inscrutabili della creatura non potessero entrare nella sua mente e vedere quel selvaggio momento appena passato, e non del tutto cessato, in cui lui si era interamente concentrato su un sentimento di amicizia che era quasi amore.

Da Il sole Nudo, Oscar Mondadori, trad. Giuseppe Lippi

I pensieri sono molti, circa la prigione che è diventata la Terra, il rifiuto dei terresti per i robot, la società “dispotica” di Solaria, quella di Aurora.

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Robbie da Io Robot – Ellison, Asimov. Illustrazione di Mark Zug.

Asimov ti fa entrare nel suo mondo e te ne rende partecipe. Torni nel presente arricchito e sbatti le palpebre per rimetterlo a fuoco. Asimov era un uomo di scienza e cultura, una persona incredibilmente visionaria.

Isaac Asimov nel 1985. Claudio Edinger/Getty Images

Non sarà l’ultimo post sull’universo di questo genio.

[1] In Neanche gli Dei (The God Themselves) troviamo la descrizione di una razza aliena, ma questo racconto si slega dai cicli dei robot, degli Spaziali, dell’Impero Galattico e delle Fondazioni.

Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)

Da tempo aspetto il momento giusto per scrivere di Asimov e della sua Galassia coerente, perchè è un grande argomento e non va affrontato con leggerezza. Nel mentre, però, mi è capitato per una certa serie di coincidenze di leggere un altro libro di fantascienza: Picnic sul ciglio della strada, dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki. Ho terminato questa lettura la scorsa notte, contorta dall’inquietudine che emanano le atmosfere del libro, e le dita ora fremono perché vogliono scrivere i come e i perché di questo romanzo. Un singolo romanzo, inoltre, è anche più semplice da raccontare che non il vastissimo universo di Asimov.

Perché io stavo leggendo Asimov, un libro dopo l’altro, e questa immersione asimoviana procedeva dalla scorsa estate. Mi ero abituata al suo stile narrativo – mi ero, come dire, assuefatta al suo modo di scrivere, e mi sarebbe servita una pausa prima di inserirmi nel mondo e nello stile di un altro scrittore dello stesso genere. Da Nighfall e  Neanche gli Dei ai sette libri delle Fondazioni sono passata al Ciclo dei Robot, e in particolare avevo in lettura Il Sole Nudo.

Il Sole Nudo di Asimov è rimasto su un sasso in montagna.

Sono ripartita con la mia auto dopo una settimana di Alpi e lui è rimasto lì sul sasso, nel piccolo parcheggio sterrato. Alcuni giorni dopo io e i miei genitori abbiamo fatto, insieme o separatamente, il giro di alcune librerie, senza mai trovarlo. Tra le varie librerie, siamo capitati in una nella quale ho incontrato un librario matto per la fantascienza.

-Il Sole Nudo è un libro bellissimo.- , diceva quasi disperato, -Ma non lo abbiamo. Te lo posso ordinare, ma arriverà alla fine dell’estate.-

-Lasci stare allora: ne ho bisogno subito.-

-Ti serve per la scuola?-

Alla mia faccia contrita deve avermi guardato meglio e rivalutato la mia età. Gli ho spiegato la triste questione del sasso, e allora si è illuminato e abbiamo iniziato a parlare di fantascienza. Mi ha raccontato di questo libro.

-Dovrebbe esserci sempre, in ogni libreria. Infatti faccio in modo che ci sia sempre una copia… – Diceva intanto questo signore, pieno di entusiasmo, e con maggior disperazione scopriva di non avere nemmeno questo in negozio.

Allora mi sono fidata e ordinato questo libro di cui non avevo mai sentito parlare.

 Ora vi parlo di questo romanzo. E di un concetto nuovo e terrificante che non avevo ancora incontrato in un romanzo di genere fantascientifico. 

O forse sì: una cosa simile accade in quel racconto stupendo di H.P. Lovecraft che è Color Out of SpaceE allora sia, che questo post racconti di entrambi.

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Ricomincio la lettura al gate B20… Ma come diceva una mia vecchia professoressa di Storia e Filosofia (una cara amica me lo ha ricordato di recente) “Non si può leggere Giro di Vite di Henry James in spiaggia.” Non si può: servono silenzio e solitudine, e magari il buio della sera e il clima più evocativo dell’inverno o dell’autunno. Ti devi immergere e ti si devono contorcere le viscere.

Qui incomincia il vero contenuto del post.

In Picnic sul ciglio della strada sono disseminate sulla Terra della Zone – sei in totale -luoghi di una breve sosta aliena.

Se si immagina di far ruotare una sfera (la Terra) e di spararci contro delle pallottole ad intervalli regolari, esse andranno a formare dei fori che si uniscono lungo una curva regolare. Il punto – il radiante – da cui i “colpi” sono stati sparati si trova lungo la tariettoria Terra-Deneb.

Nel loro immenso viaggio cosmico, gli alieni, di cui nulla si sa e nulla si è visto, hanno fatto una sosta brevissima lungo il loro percorso, un “picnic sul ciglio della strada”, circoscritto ma devastante, e sono ripartiti lasciandosi alle spalle oggetti, resti, rifiuti.  Nulla resta se non queste sei Zone, luoghi pericolossissimi e ancora largamente inesplorati dopo più di un decennio, pieni di oggetti e fenomeni inspiegabili di cui la scienza e la biologia non si capacitano.

La Zona di Marmot, si estende in un’area nell’ ex-periferia della cittadina. È un luogo difficilissimo in cui si avventurano gli stalker, per recuperare gli oggetti (“gusci”, “bracciali”, “bacchette”) da contrabbandare a trafficanti, collezionisti e scienziati. Ma non vi descrivo ulteriormente la Zona.

Le parti per me tra le più belle del libro sono proprio le due incursioni nei mandri della Zona di Marmot, che vengono descritte nei dettagli. Sembra di muoversi con Red Schouart attraverso un gameplayer buio e alienante. Oltre, naturalmente, la conversazione centrale in cui si discute della Visita.

Ma non vorrei dare una impressione fuorviante: se ho amato la descrizione degli attraversamenti della Zona, il romanzo in sé non ha molto a che vedere con l’azione, l’horror e la fantascienza puri. È profondamente psicologico e sociologico e muove domande fondamentali a cui non da risposta – e nel momento in cui le pone, scopri che queste domande ti appartengono.

Devo aver letto in un’altra recensione che ciò che è presente qui è un’assenza: gli alieni non ci sono, non sono stati visti, sono scomparsi, non si sa nulla di loro – chi siano, da dove vengano, come siano fatti, il significato della Visita (il “picnic” è un’ipotesi di uno scienziato). Quello che resta sono queste Zone, limitate nello spazio, anomale, inspiegabili, letali, che l’uomo non può nemmeno trattare o analizzare con la sua tecnologia e le conoscenze della fisica e della biologia attuali. Non può trarne sviluppi tecnologici. Qualcosa, alla fine, trova una utilità pratica, ma il tutto si ferma lì, le Zone e gli oggetti portati fuori da esse rimangono preclusi agli umani. Gli alieni sono assenti. Gli umani sono piccoli animali della foresta, che riemergono alla fine del fracasso, per ritrovare, dove un tempo c’erano il sottobosco e alcune loro tane, traccie di falò con carboni ancora ardenti, pozzanghere di benzina, il terreno segnato dalle ruote, lattine e bottiglie, lampadine fulminate, una radiolina portatile, un oggetto qualsiasi dimenticato… Gli umani sono piccoli animali della foresta cosmica che non sono stati degnati di uno sguardo.

Questa comprensione negata mi ha ricordato The Color Out of Space di H.P. Lovecraft. Ho… ascoltato… questo racconto qualche tempo fa, in tarda serata, per esercitare la comprensione dell’inglese. Era narrato magistralmente da Quentin Lewis. Egli stesso nella sua personale introduzione diceva di essersi stupito nello scoprire che Lovecraft considerasse questo il suo racconto migliore, o il più raffinato (finest), perchè manca completamente di tutto l’immaginario mitico e mostruoso legato a Cthulhu, Dagon… ma, in effetti, è proprio questa la differenza: queste identità terribili sono qualcosa con cui l’uomo può relazionarsi, può conoscere, può in qualche modo gestire e nominare. In Color Out of Space non accade nulla di tutto questo: non si capisce, non si conosce, non c’è un perchè – non si può capire, introiettare e reinterpreatre. E lì arriva l’inquietudine più profonda. 

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Lovecraft’s Color out of Space by Asahisuperdry on DeviantArt

L’impatto sull’ambiente e sulla vita biologica che ha l’arrivo di questo essere venuto dallo spazio profondo è estremamente disturbante, così come accade – ovviamente in modo diverso ma ugualmente terribile- nelle Zone dei Strugatzki.

Nelle Zone oltre alla biologia anche le leggi della fisica sono anomale e non corrispondono a quelle conosciute. Si individuano tracce  di applicazioni di una fisica diversa, più avantaza, così diversa da sembrare magia.

La mia lettura è superficiale. Già dalla prefazione, si cerca di spiegare la simbologia. È un romanzo pubblicato agli inizi degli anni Settanta, nell’URSS: è una critica al governo russo e alla corruzione? Le zone simboleggiano i lager? I due scrittori sono stati messi al bando più volte dal governo sovietico.

Penso di sì –  anche, quantomeno, ma so che i veri scrittori non usano metafore così lineari, metafore che, non appena scoperta la chiave di lettura, dicono tutto ciò che hanno da dire e poi si sfaldano, non lasciando nulla del libro nel quale erano inserite. I veri scrittori scrivono libri ai quali non si può dare un significato che li rinchiuda e li archivi nel loro ruolo storico, sociale, nel ruolo della nazione di provenienza. Vedono qualcosa di più fondamentale nella realtà in cui vivono.

I veri romanzi non danno mai pace a chi li ha letti.

Vi lascio con degli scorci creati da alcuni disegnatori su DeviantArt.

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Postcard form the Zone VII by lukpazera on DeviantArt
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Roadside Picnic 1 by 5ofnovember on DeviantArt
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Roadside Picnic 2 by 5ofnovember on DeviantArt
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Monkey by kopfstoff on DeviantArt

Memo a me stessa: tornare e ringraziare il libraio.

Una confessione, parziale. Alda Merini.

Ripesco a piene mani dalle nebbie della mia adolescenza. In effetti, più cerco di mettere a fuoco la me di allora, più mi sento smarrita. Quello è il mio volto? Sono davvero cambiata nel modo in cui ho sperato?

Cerco e ritrovo una poetessa, Alda Merini. In questi giorni ho riletto alcune pagine di L’altra Verità – Diario di una diversa. 

Nel gennaio del 2011 sono andata a vedere una mostra dedicata a lei al Palazzo Reale di Milano: Ultimo Atto d’Amore. Era uno mostra prettamente visiva, tesa e delicata, piena di stralci di discorsi e di poesie, immagini, ricostruzioni, voci. Io già amavo Alda Merini… aveva scosso tempo addietro il mio essere di ragazzina, e forse il fatto che fossi sola in quel momento, e che non ci fosse quasi nessun altro visitatore, forse il buio delle sale e i suoni di sottofondo, il tutto mi aveva dato l’impressione di camminare attraverso un tempio.

Le immagini che seguono sono alcune delle fotografie che ho scattato alla mostra.

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Vedessi il volto della mia anima quando ti vedo e tremo e diventa foglia d’ascolto. Vedessi il dito del mio cuore che ti indica strade sconosciute. Vedessi il mio amore che è tenero figlio che cresce senza padre. 

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Una confessione, parziale. Più avanti, forse tra qualche mese, troverò una risposta e un modo per esprimerla a parole. La mia vita sta scorrendo molto veloce ora.
 

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