Report osservativo: il globulare di Andromeda G1/Mayall II

Gli ammassi globulari orbitano negli aloni delle grandi galassie a spirale: sono densissimi ammassi sferoidali di centinaia di migliaia di stelle.

Un globulare di un’altra galassia

La notte del 20 agosto ho osservato al telescopio G1/Mayall II, l’ammasso globulare più luminoso della galassia di Andromeda… un ammasso globulare appartenente ad un’altra galassia, distante più di 2 milioni e mezzo di anni luce! (I dettagli dell’osservazione sono più sotto.)

G1 è stato scoperto nel 1953 dagli astronomi Nicholas Mayall e Olin J. Eggen.

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G1 è di magnitudine visuale 13.7. Dalla fotografia scattata dal telescopio Hubble si vede come G1 abbia una forma leggermente ellittica, e si trovi prospetticamente vicino a due stelle della nostra galassia. Sono due stelle di 14esima – 15esima magnitudine. Il suo colore giallastro ci fa capire che è un ammasso molto antico.

G1 non è solo l’ammasso globulare più luminoso della galassia di Andromeda: è l’ammasso più luminoso dell’intero Gruppo Locale: la sua luminosità è circa il doppio di quella di Omega Centauri, l’ammasso più grande e luminoso della nostra galassia. È anche gigantesco: il suo diametro è di circa mille anni luce (in confronto con i circa 150 anni luce di Omega Centauri).

La galassia di Andromeda è visibile anche all’occhio nudo sotto cieli bui e limpidi: appare, in visione leggermente distolta, come una piccola saetta biancastra: al telescopio è ricchissima di dettagli: le due bande di polveri che delineano due bracci della sua struttura a spirale, le due galassie satellite M32 e M110, l’immensa regione di formazione stellare NGC 206… ma questo è solo il disco visibile: la galassia di Andromeda si estende molto, molto di più.

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Credit: Robert Gendler, 2008

 

Questo globulare si trova ben fuori il disco visibile di Andromeda: é lontano 2 gradi e mezzo dal suo nucleo, a più di 100mila anni luce di distanza da esso.

Nell’immagine sottostante ho segnato l’area di cielo in cui si trovano i globulari G1 e G2: sembrano quasi non appartenere alla galassia di Andromeda!

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L’area di cielo in cui cercare i globulari G1 e G2. Schermata di Stellarium modificata in Gimp.

Osservazione di G1, G2 e UGC 330

La notte del 20 agosto è stata la prima luce per il nostro nuovo telescopio: un Dobson di 30 cm, f/5, della Sumerian Optics. Ci trovavamo sulle Alpi, all’altopiano del Nivolet, a circa 2500 metri: la notte era molto buia e trasparente, quasi senza vento e con poca umidità.

I globulari di Andromeda non sono segnati sugli atlanti stellari: per cercarlo ho stampato diversi articoli con report di altri osservatori e mappe costruite appositamente. In particolare ho utilizzato un articolo apparso sulla rivista Sky&Telescope (Exploring Messier 31, Alan Whitman, November 2013) e i campi ripresi dal telescopio DSS, che riporto più sotto.

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Scatto fatto da Marco con lo Smartphone mentre cerco G1. Sul tavolo il raccoglitore è aperto sulla fotocopio dell’articolo di Alan Withman. In cielo si riesce a intravedere la Via Lattea, e un pezzo di costellazione del Sagittario.

Per trovare G1 sono partita dal disco di Andromeda e mi sono poi spostata verso l’esterno. Una volta trovate tre stelle  di riferimentoabbastanza luminose, ho cambiato l’oculare per poter continuare lo star-hopping: ho inserito prima il 12 mm (125X) e poi, per riuscire a distinguere le deboli stelle del campo, ho dovuto continuare con il 9 mm (166X).

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Campo del DSS, 50X50 arcominuti.

Nell’immagine seguente è mostrato il campo inquadrato dall’oculare di 9 mm (AFOV 52°, FOV 19′):

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Campo campo del DSS di 30×30 arcominuti, con sovrapposto il campo inquadrato dall’oculare di 9 mm – da SkyPlanner, Sì, abbiamo battezzato il telescopio “Tardis”, perché si una volta chiuso si riduce ad una valigetta dalle dimensioni di un bagaglio a mano.

G1 si trova al vertice di un triangolo, i cui altri due vertici sono formati da una stella doppia e da un’altra stella. Nell’immagine seguente ho segnato alcuni dei pattern stellari con cui mi sono aiutata per orientarmi nello star-hopping:

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Alcuni dei pattern stellari con cui mi sono aiutata nello star-hopping. Immagine modificata in Gimp.

G1 appare evidentemente non stellare: non riesco a separare completamente le due deboli stelle che gli sono quasi sovrapposte, ma si capisce benissimo che ha una forma non sferica ma a sua volta “triangolare”, con due vertici più deboli verso l’esterno:

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Ingrandimento.

Dopo aver osservato G1 seguo un arco di deboli stelle e cerco un altro ammasso globulare, G2, di due magnitudi più deboli: l’osservazione si rivela complessa e non riusco a vederlo, anche sapendo dove cercarlo. Intravedo però qualcosa più sopra, proprio al limite della potenza del telescopio: è la galassia UGC 330, di 15esima magnitudine.

Avevo un conto in sospeso con G1 da diverso tempo!

Nel prossimo articolo (link a breve) racconto di questi tre giorni sulle Alpi.

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Nuovo telescopio!

Qualche settimana fa è arrivato il nostro nuovo telescopio: si tratta di un riflettore Dobson di 30 cm (12 pollici), f/5, prodotto artigianalmente dalla Sumerian Optics. Il nome del modello è “Alkaid” (nome preso in prestito dalla stella più brillante dell’Orsa Maggiore). È arrivato, ben imballato, il 3 agosto.

Questo telescopio, nonostante sia un riflettore di 30 centimetri, è estremamente compatto: si riduce in una valigetta di legno grande come un bagaglio a mano, e dal peso di soli 15 kg.

Tutti i pezzi (specchio primario, secondario, lunette, focheggiatore, supporto del secondario…) – tutto si incastra perfettamente come a tetris, con l’eccezione delle barre che formano la struttura truss, che però si svitano a metà e sono anch’esse trasportabili facilmente.

Il motivo per cui abbiamo scelto un telescopio con una montatura così leggera (e costosa, per essere un Dobson di questa apertura) è proprio per la possibilità di trasportarlo in aereo come bagaglio a mano, e poter quindi tornare dall’Inghilterra sulle Alpi o in Sicilia per fare osservazioni del cielo, e in generale poterlo portare ovunque… magari sotto il cielo australe, un giorno?

 

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È letteralmente una valigetta!
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Il primario con il suo coperchio.
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Montaggio della base.

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Chi è più alto?

Marco ha sostituito il piccolo paraluce (nella foto qui in alto) con un telo di stoffa che copre completamente il tubo: due giorni, per lui, di taglia e cuci.

La sua prima luce, il 12 agosto, è stata sfortunata: c’era troppa umidità per fare osservazioni. (Quella notte, però, abbiamo visto tantissime stelle cadenti… Lo racconto nel post Perseidi e Pizza )

Sempre quella notte, abbiamo trovato diverse difficoltà nell’allinearlo e soprattutto nel collimarlo. Ancora non possiamo dare un parere su questo strumento, ma adesso è con noi in Italia e, se tutto va bene, la prossima settimana trascorreremo un paio di notti sull’Altopiano del Nivolet, sulle Alpi occidentali.

Al controllo sicurezza di Heatrow non abbiamo incontrato nessuna difficoltà nel far passare il nostro bagaglio “peculiare”.

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All’aeroporto, dopo il controllo sicurezza.
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Sopra le montagne…

Non vedo l’ora di fare finalmente osservazioni con questo strumento: rispetto al mio Dobson, di 20 centimetri, è molto più luminoso. Sono molto curiosa di scoprire fin dove possiamo arrivare.

Giocando con centinaia di palline di polistirolo.

 

What’s going on? | Che succede? (ENG+IT version)

English + Italian version

I’ll be 24 in, like, few months. I’m moving to London at the end of the summer: on August the 27th in fact. I made this decision recently, but everything is almost ready. I’m very excited about the change. 

I’ll stay at my partner’s place and I’ll try to find a job, learn English, open my mind as much as I can. I won’t stop to do amateur astronomy, of course.   

I’ll make lot of art.

If you wanna support me in this project, I’m publishing my artworks, progresses and experiment on my Instagram page:  alex_drawings_art.

I’ll open an Etsy shop this September (the shop already exist, but it’s empty). I’ll let you know when it’s ready!

I’m working hard these days to produce and project artworks… these works are linked to nature, animals, the human body, the night sky and astronomy, and maths

Thank you guys, see you soon.

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“Tail”, watercolors and ink.
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White Chrismats, Black Mirror.
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Charcoal nudes.
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Making of.
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Making of.

Italian:

Tra qualche mese compirò 24 anni. Alla fine di agosto mi trasferisco a Londra – il 27 agosto per la precisione. Ho preso questa decisione recentemente, ed è quasi tutto pronto. Ne sono molto felice.

Raggiungerò là il mio compagno e quello che farò sarà cercare un lavoro, imparare l’inglese, aprire il più possibile la mia mente. Continuerò a dedicarmi all’astronomia.

E mi dedicherò tantissimo all’arte.

Se volete sostenermi in questo progetto, questo è l’account Instagram in cui sto pubblicando i miei progressi e i miei esperimenti: alex_drawings_art.

A settembre aprirò un negozio online su Etsy, dove metterò in vendita i miei lavori originali. Il negozio è già esistente, ma è vuoto in questo momento: appena sarà pronto pronto farò un post apposito.

In questi giorni sto lavorando sodo per produrre e progettare opere legate soprattutto alla natura, agli animali, al corpo umano, al cielo e all’astronomia, alla matematica.

 

An Intimate Milky Way (dipinto ad olio)

Questo è un mio lavoro ad olio sul cielo notturno. Si intitola “Una Via Lattea Personale”, “An Intimate Milky Way”, perché l’ho dipinta senza seguire una fotografia come riferimento, ma basandomi sui miei ricordi, sia visivi che emotivi.

Racconto tutto in questo video:

 

Ho impiegato tre giorni a completare questo lavoro. Adesso aspetto pazientemente che il dipinto si asciughi, e tra sei mesi, quando i colori dovrebbero essersi polimerizzati del tutto, userò una vernice permanente protettiva.

Questi colori sono stati nella loro scatola alcuni anni, intatti: sono degli ottimi colori della Pebeo, e sono stati un bellissimo regalo da parte dei miei genitori, ma avevo sempre esitato ad avvicinarmi alla pittura ad olio e ho continuato ad usare altri mezzi più semplici. In questi giorni li ho ripresi in mano, e ho incominciato a sperimentare.

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Dipinto completato.
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Mano stellata.
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Quasi finito il terzo giorno di pittura. Mancano gli ultimi dettagli!

 

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Secondo giorno di pittura.

Nubi nottilucenti a Campo dei Fiori…

Vorrei raccontare di questo fenomeno a cui non avevo mai assistito prima d’ora: non ha nulla a che fare con le nuvole, ed è rarissimo alle nostre latitudini. Noi ci troviamo a circa 45° nord, mentre le nubi nottilucenti sono visibili sopra i 50° nord.

Era la notte tra il primo e il due luglio. La sera del primo luglio, assieme all’Osservatorio di Campo dei Fiori, avevo partecipato ad “Occhi su Saturno”. Magari ci avete fatto caso: in tutta Italia quella sera ci sono state iniziative legate all’osservazione del pianeta Saturno: la data ricorda l’entrata in orbita su Saturno della bellissima sonda Cassini, che terminerà la sua missione a metà di questo settembre. Saturno è tornato visibile, i suoi magnifici anelli ben aperti rispetto a noi, e così sarà per tutta l’estate. Era una sera serena ma ventosa e siamo tornati esausti e infreddoliti.

Attorno alle quattro di notte ho sentito qualcuno scuotermi via dal sonno.

“Vieni, ci sono le nubi nottilucenti”.

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Li ho seguiti intontita e siamo risaliti sul terrazzo dell’Osservatorio. Basse sull’orizzonte nord, e parzialmente coperte da alcuni strati nuvolosi, si vedeva la bianca lumosità delle nubi nottilucenti. In particolare, quando sono salita io – in un momento successivo rispetto alla fotografia qui sopra – era meno evidente la parte a sinistra, ma assolutamente ovvio l’arco più a destra (in questa foto, se notate, si vedono anche le Pleiadi e Venere).

Le nubi nottilucenti non sono nuvole illuminate dal Sole: siamo in piena notte, e la luce arancione che vedete sulla destra è data dall’inquinamento luminoso, non dall’alba.

Le nubi nottilucenti sono altissime: si trovano nella mesosfera, a 80-85 km di altezza, pochi chilometri sotto la mesopausa, la parte più fredda della nostra atmosfera. Vengono per questo chiamate anche “nubi polari mesosferiche”.

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L’illustrazione, presa da Atmosferic Optics, mostra gli strati dell’atmosfera. È segnato, con quella linea rossa sinuosa, come varia la temperatura con l’altezza (la temperatura la leggete sull’asse x, e va da -110°C a +10°C)).

Le nubi nottilucenti si situano nella zona più fredda, e sopra di esse ci sono sono le aurore. Gli aerei e le nuvole si situano nella troposfera, molto più in basso…. il primo strato che si incontra salendo. Ho visto a posteriori questo grafico, rispetto all’osservazione, e mi ha impressionato moltissimo.

Sono formazioni freddissime, con una temperatura prossima ai -130°C, e sono composte da minuscoli cristalli di ghiaccio, dal diametro di 0.1 micron. La luce del Sole fa scattering con questi minuscoli crstalli. Esse hanno una colorazione azzurra, per via dell’assorbimento della luce rossa da parte dello strato di ozono della stratosfera sottostante.

Quella notte sul sito di spaceweather.com sono apparse molte fotografie del fenomento: dalla Scozia, dal nord dell’Irlanda… tutte latitudini maggiori di quella di Varese. Qui e qui alcuni link ad alcune fotografie delle stesse nubi nottilucenti che stavamo osservando noi.

Era un fenomeno che non avevo mai visto e mi ha colpito profondamente. Ringrazio Luca e Andrea – ai quali va anche il merito della fotografia, e la capacità non banale di aver riconosciuto cosa stessero osservando – per essere venuti a svegliarmi.
Vi lascio approfondire questo fenomeno sul sito di Atmosferic Optics.

Il cielo ad occhio nudo – La Lira – parte 10

Continua da Il cielo ad occhio nudo – La Via Lattea – parte 9.

La Lira e il mito che racconta

La Lira è una costellazione estiva. Si trova vicino all’arco della Via Lattea. La sua stella più brillante è Vega: è una stella bianca, luminosissima, che in estate nel corso della notte raggiunge quasi lo zenit. È in effetti la stella più luminosa del cielo estivo – più di Altair e Deneb.

“Vega” è un nome antichissimo, e ha origini arabe, pre-islamiche. “Vega” è stato, nel tempo, estrapolato dal nome con cui gli arabi chiamavano stella: “al-nasr al-waqi“, che significava “l’aquila/l’avvoltoio volante”. Questa espressione richiama anche le origini del nome della stella Altair, della costellazione dell’Aquila: “al-nasr al-tair, con lo stesso significato.  I beduini del deserto vedevano nelle stelle delle costellazioni della Lira e dell’Aquila due rapaci, il primo in picchiata con le ali contro il corpo, il secondo con le ali spalancate. Ma già prima, nell’antica Mesopotamia, Altair era conosciuta come “la stella aquila”. Queste immagini si sono perpetrate nel tempo fino a noi.

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Costellazione della Lira. Linee e nomi aggiunti in Gimp. CREDIT: Akira Fujii/DMI.

Vega e le stelle vicino a lei formano la costellazione della Lira: essa fa riferimento alla tradizione greca e allo strumento musicale usato dai cantori e dai poeti. Quella a cui è stata dedicata la costellazione è la lira di Orfeo, il più grande cantore del mito greco: la sua è stata la prima lira mai costruita, inventata da Ermes, che costruì la cassa armonica dal guscio di una tartaruga. Il dio svuotò il guscio, lo forò e tese sette corde di interiora di mucca – e inventò anche il plettro con cui suonarla. La lira finì poi tra le mani di Apollo, che la donò ad Orfeo.

La musica di Orfeo era in grado di incantare creature animante e inanimate: fiere, ma anche rocce, alberi, corsi d’acqua. Gli alberi -intere foreste – si muovevano per seguirlo.

La vicenda che lo rende più conosciuto è quella della sua catabasi: la discesa negli Inferi in cerca di Euridice.

La giovane moglie di Orfeo, Euridice, morì per il morso di un serpente ad un piede nudo.

Orfeo si incamminò, vivo, nel Regno dei Morti per chiederla indietro al dio di quel mondo, Ade.

A lungo il poeta del Ròdope la pianse sulla terra dei vivi, finché, osando l’impossibile, andò fino allo Stige, nella terra dei morti, oltre la porta del Tènaro, e tra folle svolazzanti di defunti onorati dal sepolcro si presentò a Persèfone e Plutone, il signore del regno delle ombre. [Ovidio, Metamorfosi, libro X]

Ade e Persefone accettarono quando ascoltarono la sua musica e il suo canto: tutto l’Oltretomba si paralizzò commosso ad ascoltarlo. Orfeo poteva risalire il lungo budello che lo avrebbe riportato in superficie, nel mondo dei vivi: l’ombra impalpabile di Euridice lo avrebbe seguito e, una volta raggiunto l’esterno, sarebbe ritornata in carne ed ossa. Soltanto, non avrebbe mai dovuto guardarla mentre era ancora uno spettro.

Orfeo prese la moglie per mano e suonava la lira per guidarla lungo il percorso del ritorno. Si incamminarono attraverso una nebbia fitta e fosca, in un silenzio sepolcrale. Alle sue spalle Orfeo non poteva sentire nulla – non poteva nemmeno essere sicuro che lo stesso seguendo, e alla fine, cedendo ad una tentazione fatale, gettò un’occhiata alla sue spalle: e lei fu risucchiata indietro, morendo per la seconda volta e questa volta per sempre.

In quell’istante, come risucchiata da un vortice implacabile, Euridice scivolò indietro e tendendo le braccia invano cercava di aggrapparsi a lui e d’essere afferrata, ma, infelice, altro non strinse che l’aria sfuggente. [Ovidio, Metamorfosi, libro X]

Orfeo tornò da Caronte e lo pregò di traghettarlo nuovamente all’altra riva, ma fu respinto. Rimase per sette giorni accasciato sulla spiaggia dello Stige.

La costellazione della Lira non è molto grande. È possibile immaginare, sotto Vega, un trapezio di stelle: le due stelle più luminose sono la stella β, Sheliak, e la γ, Sulafat. Esse sono molto più lontane: Vega si trova a 25 anni luce di distanza da noi – Sheliak 880, e Sulafat 630.

Sheliak e Sulafat sono nomi che si riferisco allo strumento musicale – nomi sempre antichi, ma più recenti di quelli che impressionano l’uccello rapace: il primo significa “l’arpa”, mentre Sulafat dariva dal termine arabo  per “testuggine”: il guscio di tartaruga con cui è stata fabbricata la cassa della lira.

Fronte e retro di una lira ateniese, datata 400 a.C. e fabbricata da un carapace di tartaruga. CREDIT: Smith College Museum.

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Fonti per questo pezzo:

“I Nomi delle Stelle”, Gabriele Vanin

“Metamorfosi”, Ovidio