Il cielo ad occhio nudo- parte 2

Continua da Orsa Maggiore e Orsa Minore nel cielo Inuit.

Le costellazioni moderne sono in tutto 88: sono state ufficializzate dall’IAU (l’International Astronomical Union) all’inizio del 20esimo secolo: nel 1930. Con costellazione, adesso, non si intende lo schema di linee che collega le stelle più brillanti tracciando una “figura” riconoscibile, ma un’area di cielo dal contorno preciso: il cielo è suddiviso, interamente, in 88 aree – una necessità che si è imposta con l’avanzamento della ricerca astrofisica. Nella pagina dedicata dell’IAU sono disponibili tutte le mappe.

Nell’emisfero boreale, la maggior parte delle costellazioni moderne sono rimaste quelle appartenenti alla cultura greca. Nell’emisfero australe, invece, i nomi sono principalmente quelli assegnati dai navigatori all’epoca delle esplorazioni, e fanno riferimenti a strumenti (Bussola, Compasso…) o animali (Gru, Uccello del paradiso…). È nell’emisfero australe però quello che un tempo era un’enorme unica costellazione, la nave Argo, riferita al mito greco del viaggio degli Argonauti e ora divisa in tre pezzi: Vela, Poppa, Carena. Alla mia latitudine, sono un pezzo della Poppa affiora sopra l’orizzonte.

I nomi a cui ci riferiamo rimandano quindi alla tradizione greca: trovo che sia un fatto bello e non scontato. Si sarebbero potuti avere riferimenti politici o religiosi, contingenti, e forse un po’ il fascino del cielo ne avrebbe sofferto. Che sia proprio la tradizione greca quella ad essere sopravvissuta nel corso dei millenni penso sia bello perché rimanda alle radici stesse del pensiero occidentale e ad un fondamento molto importante nella nostra formazione.

…Tra le Orse si snoda la costellazione del Drago (Draco), che appartiene, assieme ad altre sei costellazioni, ad uno stesso  mito: il mito di Ercole (Eracle) e le sue dodici fatiche.

Parlo allora prima proprio di quest’altra costellazione, l’Ercole. D’estate è altissima nel cielo, ed molto conosciuta da chi è alle prime armi perché contiene l’ammasso globulare più luminoso del cielo boreale, visibile già al binocolo: M13, chiamato anche Grande Ammasso nell’Ercole.

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M13: The Great Globular Cluster in Hercules Image Credit & Copyright: Martin Pugh

Un ammasso globulare è insieme sferico di stelle, tenuto assieme da forze di natura gravitazionale, che si muove come un satellite attorno al nucleo della nostra galassia, in quella regione esterna che è chiamata alone galattico. Sono degli oggetti molto enigmatici…  M 13, in particolare, è distante 25mila anni luce da noi, ha un diametro di 150 anni luce (un raggio di luce impiega un secolo e mezzo ad attraversarlo…) ma al suo interno la densità numerica di stelle è elavatissima: più di 100 stelle sono costrette in un cubo di soli tre anni luce per lato.

Il mito: Eracle

Eracle era un semidio. Nacque a Tebe, figlio di Zeus e della mortale Alcmena, a cui il dio si era unito assumendo le sembianze del marito di lei, Anfitrione, in una notte che lui fece durare quanto tre, chiedendo ad Elio di non compiere il suo giro, alla Luna di rallentare il suo corso e al Sonno di intorpidire le menti degli uomini. Alcmena, “forte nell’ira”, doveva essere in origine un appellativo di Era.

Era odiò sempre quel bambino. In una versione del mito, Eracle, appena nato, venne portato vicino al petto della dea mentre lei dormiva, perché ne succhiasse il latte e divenisse in questo modo immortale. Ma anche neonato possedeva già una forza portentosa: un morso troppo violento riscosse Era dal suo sonno, e immediatamente lei allontanò il bambino dal seno: lo schizzo di latte che uscì è legato al mito della formazione della Via Lattea.

Quando il bambino aveva meno di un anno (otto o dieci mesi in alcune versioni del mito), Alcmena lo collocò assieme al fratellino Ificle nella culla: a mezzanotte Era inviò due serpenti dalle scaglie azzurrine, grondanti veleno e dalle narici infuocate, perché lo uccidessero. Ma quando Alcmena accorse, svegliata dal pianto terrorizzato di Ificle, trovò Eracle che stava strangolando i serpenti, stretto ognuno in una mano. Rise con la sua risata di bambino e gettò a terra i due rettili senza vita.

L’origine delle dodici fatiche si trova in un terribile delitto compiuto da Eracle: preda di una follia ispirata da Era, sterminò sei dei suoi figli scambiandoli per nemici, uccidendo anche i due figli di Ifliche con i quali si stavano allenando. Recuperata la ragione, Eracle non volle vedere nessuno né farsi vedere: si isolò per diverso tempo, finchè non si recò infine dalla Pizia di Delfi, la quale per la prima volta lo chiamò col nome di Eracle, “gloria di Era”. Lei gli consigliò di recarsi a Tirinto e di servire per dodici anni Euristeo – da lui detestato – ed eseguire le fatiche che lui gli imporrà: potrà così espiare la sua colpa e come compenso gli sarà concessa l’immortalità sull’Olimpo.

La pazzia – leggo nella bellissimo manuale di Robert Graves – fu la scusa a cui la Grecia dei tempi classici ricorse per giustificare i sacrifici infantili…

Tolomeo, nell’Almagesto, si riferisce a questa costellazione come a “l’inginocchiato“. La stella α Her ha nome Rasalgethi, derivato dall’arabo “la testa dell’inginocchiato”.

Il Drago

Il Drago, immortalato nella costellazione del Dragone, è parte dell’undicesima fatica di Eracle: cogliere i pomi d’oro di un melo situato nel giardino delle Esperidi, melo che fu dono di nozze della Madre Terra Gea ad Era.

Questo giardino era situato in un’isola nell’estremo Occidente, alle pendici del monte Atlante, dove i cavalli del Sole terminavano la loro corsa giornaliera. Davanti ad esse è Atlante, che regge sulle spalle la volta celeste.

Le Esperidi sono delle fanciulle, sorelle tra loro e figlie di Atlante. In una versione del mito sono tre sorelle: Egle, Aretusa ed Espera, ma in altre versioni il loro numero sale fino a undici.

A guardia dei frutti aurei Era aveva posto il serpente Ladone – il drago – la cui origine è narrata in diverse varianti – in una è figlio di Tifone e di Echidna, in altre nasce per partenogenesi dalla Madre Terra. In altre ancora, è un mostro di cento teste e parla diverse lingue.

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Attic red figure hydria, ca. 410-400 B.C. British Museum, London.

Eracle non entrò egli stesso nel giardino, ma chiese aiuto ad Atlante, offrendosi nel frattempo di caricarsi temporaneamente la  volta celeste sulle proprie spalle. Uccise prima il drago scoccando una freccia oltre il muro di cinta del giardino, e poi raccolse il peso della volta su di sè. Atlante si recò dalla figlie, che raccolsero per lui i pomi d’oro. Una volta tornato, non desiderando affatto riprendere su di sè il proprio carico, propose a Eracle di lasciare che fosse lui a recarsi da Euristeo con le mele:  al ritorno avrebbe assunto nuovamente il suo posto. Ma Eracle era stato messo in guardia da una simile proposta, e finse di acconsentire, ma chiese ad Atlante di sorreggere il globo per qualche minuto, perché lui potesse fasciarsi il capo: appena libero dal peso, Eracle raccolse in fretta i frutti e si dileguò.

Era, addolorata per la morte di Ladone, pose la sua immagine in cielo sotto forma di costellazione.

I nomi delle stelle principali della costellazione del Drago si collegano alla figura di rettile:  Thuban (α Dra), Rastaban (β Dra) e Eltanim (γ Dra)  derivano da trasformazioni e traslitterazioni di parole arabe dal significato di “testa del serpente”.

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Hercules. Image and text ©2008 Akira Fujii/David Malin Images.
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Draco. Image and text ©2008 Akira Fujii/David Malin Images.

Il cielo ad occhio nudo – Orsa Maggiore e Orsa Minore nel cielo Inuit

Intermezzo – segue da Un’introduzione all’astronomia osservativa

L’artico. Apro prima di addormentari un altro libro di antropologia e storie del cielo – un libro che per ora è ancora in attesa di essere incominciato. È The Artic Sky – Inuit Astronomy, Star Lore and Legend di John MacDonald. È un’opera ampia e articolata: la ricerca fatta dell’autore tra la popolazione di Igloolik – una piccola isola nel Bacino di Foxe, nell’artico canadese – e il risultato ottentuto sono qualcosa di unici nel loro genere, in particolare per quanto riguarda la parte di astronomia comparata, in cui identifica le stelle indicategli dai vecchi inuit con le loro corrispondenti occidentali. Per non parlare della questione complessa della traduzione dal linguaggio Inuktitut…

Mi sono procurata questo libro ormai diversi mesi fa – un’acquisto di cui ancora sono felicissima. I popoli dell’Artico, mi ero detta, vivono immersi in un ambiente estremamente ostile, quasi sovraumano. C’è forse intatto quel senso primordiale di essere uomini in un territorio in cui la natura è vasta e furiosa, e in cui si è sovrastati da un cielo ampio e vicino. L’inverno e l’estate artica si estendono per lunghi mesi…

Mi aveva affascinato scoprire che le loro costellazioni, le loro mappe del cielo sono molto più scarne di quelle di altre culture. Ma l’assenza della sovrabbondanza di storie e di nozioni non significa nulla: la sfera celeste e quella atmosferica sono reami di primaria importanza per le popolazioni dell’Artico. Le dimensioni corpose di questo libro, inoltre, sono un chiaro indice di un’elaborazione profonda ed articolata della natura.

Le stelle

Cerco le due Orse, l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore.

Nell’Artico la Stella Polare è molto alta nel cielo: a Igloolik siamo a quasi 70° di latitudine.

In Inuktitut la Stella Polare è chiamata Nuuttuittuq, che significa “che non si muove” (“never moves”). Nuuttuittuq è considerata da molti troppo alta per essere utilizzata in modo utile durante la navigazione, e gli Inuit che vivono molto a nord hanno una scarsa conoscenza di questa stella.

Al contrario, gli Inuit che vivono più a sud, attorno alla latitudine 60°N, si riferiscono a Polaris come Turaagaq, “qualcosa verso cui puntare” (“something to aim at”) .

Le stelle che noi identifichiamo con il Grande Carro, invece, sono chiamate Tukturjuit o Tukturjuk, con il significato di “caribou” – il primo nome al singolare, il secondo al plurale.

La tradizione di riconoscere in questo gruppo di stelle uno o più caribou, animale fondamentale per la loro sopravvivenza e da cui ricavano la carne da cui alimentarsi, le pelli con cui fabbricare i loro vestiti e foderare i loro tamburi…,è concorde in tutto il mondo Inuit, con alcune eccezioni come nell’est della Groenlandia, dove era chiamata Pisidlat, “basamento della torcia” (“lamp foot”) o Asalut, riferito alla strattura del kayak: “supporto del kayak” (“kayak line rack”).  

Il questa costellazione gli Inuit hanno visto a volte un unico caribou, con ogni stella che identifica una parte dell’animale, con vari arrangiamenti, in uno dei quali si trova la componente più debole dell stella doppia Mizar, Alcor, a segnare la coda dell’animale.

In altre rappresentazioni le stelle dell’Orsa Maggiora sono ognuna un singolo elemento di una mandria di caribou, spesso inseguiti da tre lupi, stelle di altre costellazioni (forse nel Boote e nel Serprente).

Tukturjuit  ruota lentamente attorno a Polaris: è la costellazione su cui anche gli Inuit principalmente si sono basati per stimare lo scorrere del tempo.

Il cielo ad occhio nudo – un’introduzione all’astronomia osservativa

Questo primo pezzo nasce da alcune riflessioni mentre cerco di raccogliere delle idee per raccontare il cielo notturno… dall’inizio, unendo nozioni scientifiche a parti culturali, mitiche e storiche, e in particolare raccontarlo a qualcuno che magari non ha mai avuto occasione di sentirne parlare. Mi ritrovo a scrivere qualcuna di queste idee.

Polaris

Polaris, la Stella Polare o Stella del Nord, è la stella che ci permette di individuare il polo nord celeste. Nel momento in cui la troviamo, sappiamo di stare osservando il nord: Polaris rimane fissa e attorno a lei ruota l’intera sfera celeste, il reticolo delle costellazioni – le altre stelle ruotano attorno a lei spostandosi, in un’ora, di un angolo di 15 gradi.

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Teimareh Petroglyphs and Star Trails Image Credit & Copyright: Babak Tafreshi (TWAN)

Per molto tempo Polaris è stata una guida fondamentale per i navigatori, per determinare, appunto, la direzione del nord, ma anche la latitudine del luogo.

L’angolo tra la Stella Polare e l’orizzonte corrisponde infatti alla latitudine a cui ci troviamo. Qui da dove scrivo, in provincia di Milano,  so che Polaris deve trovarsi ad un’altezza di 45° rispetto all’orizzonte. Nell’Artico, Polaris sarà molto più alta in cielo, e al Polo Nord terrestre si troverà allo zenit, esattamente sopra la nostra testa. All’equatore, la stella Polare è esattamente sull’orizzonte, e più sotto, nell’emisfero australe, è invece invisibile.

Vediamo le stelle compiere una rotazione completa attorno alla Stella Polare: si muovono lungo circonferenze concentriche. Alcune sono visibili solo per un tratto del loro moto: affiorano solo per un poco sopra l’orizzonte, oppure le vediamo interamente… ma solo in certi periodi dell’anno. Le costellazioni che non scompaiono mai sotto l’orizzonte e sono quindi sempre visibili in cielo sono chiamate circumpolari.

C’è una formula per sapere se una stella è circumpolare: se noi siamo ad una latitudine φ, una stella con declinazione maggiore a 90°-φ sarà circumpolare.

Queste sono le costellazioni per me circumpolari: l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, il Drago, Cassiopea, Cefeo, la Giraffa.

Il moto apparente del cielo e lo scorrere delle stagioni

L’immobilità di Polaris e il moto delle altre stelle sono causati in realtà dalla rotazione della Terra attorno al suo asse. Polaris, infatti, è la stella più vicina al polo nord celeste: il punto immaginario che segna la direzione dell’asse terrestre. La velocità “lineare” con cui un punto sulla superficie terrestre ruota assieme ad essa varia con il variare della latitudine: è zero ai due poli e arriva a 1668 Km/h all’equatore… ma la Terra è una sfera rigida, e la sua velocità angolare è sempre la stessa, di circa 15° all’ora ( poiché la Terra ruota di 360° in quello che è chiamato il giorno sidereo, che è di 23 ore, 56 minuti e 4 secondi).

Polaris effettivamente si discosta di 0,7 gradi da questo punto immaginario che rimane immobile: compie anche lei un suo piccolo circolo.

Polaris, la stella α dell’Orsa Minore… non è in realtà molto luminosa: si avvicina alla seconda magnitudine visuale, mentre le stelle che ci appaiono molto luminose, come Vega, sono di magnitudine zero; la stella più luminosa dell’intero cielo, Sirio, è di magnitudine negativa: -1,46. Le altre stelle dell’Orsa Minore sono ancora più deboli. Da dove abito, riesco a distinguere bene solo tre stelle del Piccolo Carro: Polaris, Kochab e Pherkad; solo nel buio dell’alta montagna riesco ad apprezzarlo interamente.

Ci si può aiutare nel cercare Polaris spostandoci dall’Orsa Minore all’Orsa Maggiore.

I due asterismi che caratterizzano le costellazioni delle due orse, il Grande e il Piccolo Carro, sono magnifici da guardare: sembrano specchiarsi l’uno nell’altro.

Uno dei modi per trovare Polaris è partire da due stelle del Grande Carro: Dubhe e Merak, e prolungarle la loro distanza di circa quattro volte. Queste due stelle, classificate come α e β Ursa Major, sono chiamate per questo “i puntatori”.

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Come trovare la Stella Polaris partendo dal Grande Carro. Immagine da EarthSky.org.

Polaris è una stella distante da noi 300 anni luce ed è, come molte stelle, un sistema multiplo, in questo caso di tre componenti. È anche una stella variabile, di una tipologia chiamata variabile cefeide.

Nel corso dei moti millenari del cielo, non è sempre stata lei a svolgere il ruolo di stella fissa: nel 3000 a.C era Thuban, nel Drago, nel 1000 a.C Kochab; Tra 1000 anni sarà Alrai (γ Cephei), e poi Alderanim (α Cephei), e poi ancora Vega, nel 14000 d.C.. Questo spostamento, che fa parte di quei moti che sono chiamati i “millenari”, è causato dalla precessione degli equinozi, la modifica lenta ma costante della direzione dell’asse terrestre, che si comporta come l’asse di una trottola. Il cielo degli antichi e degli uomini del futuro era e sarà diverso dal nostro.

L’Orsa Maggiore è utile per orientarsi velocemente anche tra altre costellazioni:

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The Big Dipper- Roadmap of the Northern Sky. Immagine presa da fortworthastro.com.

Il moto delle costellazioni durante la notte, e quello più ampio durante le stagioni…

Ogni giorno le costellazioni – le stelle – sorgono sull’orizzonte 4 minuti prima rispetto al giorno precedente, per via questa volta del moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole.

Osserviamo costellazioni diverse nei vari periodi dell’anno: in estate, ad esempio, splendono le stelle del Cigno, della Lira, dell’Aquila… solo verso l’alba incominciano a sorgere, da est, le Pleiadi e le altre stelle dell’inverno: il Toro, Orione, i Gemelli… costellazioni che nei mesi invernali invece dominano il cielo, con la bellissima Sirio, nel Cane Maggiore.

Costellazioni primaverili sono il Leone, la Vergine, la Chioma di Berenice…

Ogni costellazione si troverà un po’ più spostata ad ovest rispetto a dove si trovava la notte precedente alla stessa ora. Il cielo ci ha scandito le stagioni per millenni.

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Spostamento del Grande Carro durante il corso dell’anno, visto alla stessa ora (crepuscolo).

Leggo da They Dance in the Sky come l’Orsa Maggiore abbia avuto la funzione di un orologio cosmico: i Nativi Americani (in questo caso mi riferisco allo starlore degli indiani Micmac nella Baia di Fundy) utilizzavano il moto notturno dell’Orsa per scandire le ore, e la posizione e l’orientazione della costellazione all’alba e al tramonto rivelava invece lo scorrere delle stagioni.

L’immagine dell’Orsa che la rappresentazione occidentale applica a questo raggruppamento di stelle si estende su un’area molto più vasta: qui consideriamo solo le stelle che fanno parte dell’asterismo del Grande Carro. In essa era vista un’orsa, indicata dalle quattro stelle che formano la parte conca del carro, seguita da sette cacciatori – le tre stelle del manico (uno dei quali porta una pentola – si tratta di Alcor e Mizar) e quattro altre stelle vicine.

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Alcor e Mizar, Palomar Observatory. Fin da l’antichità questa doppia visuale era utilizzata come test di acutezza visiva.

In primavera, guardando a nord subito dopo il tramonto, l’orsa sembra uscire dalla propria tana, simboleggiata da Corona Borealis. A metà estate, l’orsa corre verso l’orizzonte nordico, inseguita, e si erge poi sulle zampe posteriori pronta a difendersi. A questo punto dell’anno, alcuni cacciatori si sono “dispersi”: alcune stelle sono scomparse sotto l’orizzonte. Con l’arrivo dell’inverno, l’Orsa si sdraia sulla schiena: è vicino il momento dell’ibernazione ed è stanca, spossata dall’inseguimento – i cacciatori riescono così a colpirla ed ucciderla, e il suo sangue cola sulle distese di foreste sottostanti, tingendole di rosso. A metà inverno, la sua tana ricompare ad est. Il suo spirito abbandona lo scheletro ormai spolpato e va ad inabitare l’orso addormentato… e il ciclo è pronto a ripetersi.

Di queste fascinazioni legati alla cultura celeste degli Indiani d’America avevo scritto qualcosa anche qui – dove riporto una versione in cui è protagonista una ragazza, Pittawa-Ma: L’umanità, la natura e il cielo – degli scorci che si perdono indiertro nel tempo– alla fine dell’articoletto ci sono anche i significati dei nomi delle stelle delll’Orsa Maggiore, che qui non riporto per non ripetermi.

Il mito greco dell’Orsa

Sembra naturale, ma è effettivamente bizzarro che la visione dei Nativi Americani di un’Orsa vada in accordo con la visione Greca, a cui noi ci riferiamo – ovvero al mito di Callisto.

Callisto – kallistè, la bellissima, anche appellativo di Artemide Kallisté, in Arcadia –  era una delle ninfe al seguito di Artemide-Diana, dea delle caccia e degli animali selvatici, abilissima arciera, protettrice dell’arte del tiro con l’arco e delle foreste. Sia la dea che le ninfe a lei consacrate erano vergini per voto di castità. Ma Zeus, sprezzante del voto e desideroso di sedurre Callisto, riuscì ad avvicinarla un giorno che essa riposava sola, assumendo le sembianze della stessa Artemide.

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Federico Cervelli. Diana e Callisto. 1625

Mesi dopo, Artemide e le sue ancelle si fermano a rinfrescarsi e riposarsi presso una fonte. Callisto è reticente a spogliarsi, ma non ha scelta: si scopre così che attende un bambino, e che non ha rispettato il voto fatto alla dea. Artemide, tradita e infuriata – versione del mito che io reputo la più bella – la scaccia dal suo seguito, e Callisto partorì il figlio Arcade. Era, la moglie di Zeus, volle vendicarsi sulla fanciulla e la trasformò in un’orsa.

Molti anni più tardi, Arcade, ora ragazzo, si avventurò nella foresta durante una battuta di caccia e s’imbatté nella madre, che però non poteva riconoscere. Callisto però riconobbe il figlio, lo guardò fissamente, e volle avvicinarsi ad abbracciarlo, ma il suo avanzare parve minaccioso e le sue parole dolci emersero come un profondo ringhio, spaventoso e salvaggio. Arcade stava per colpirla quando Zeus, impietosito, salvò Callisto lanciando l’orsa in cielo, tirandola per la coda – ragione per cui la coda dell’Orsa Maggiore è rappresentata così allungata. Anche Arcade fu portato in cielo: la costellazione del Boote, la cui stella più luminosa, Arturo, significa guardiano dell’orsa, che è nome più antico anche della costellazione stessa, usato da Esiodo ne Le Opere e i Giorni.

In altre versioni trovo anche Arcade trasformato anch’egli in un orso, preso per la coda e scagliato in cielo assieme alla madre – divenne l’Orsa Minore.

Era, la cui sete di vendetta non si era placata, ma anzi infuriava ancora più forte vedendo la ninfa e il figlio resi immortali come costellazioni, chiese aiuto alla nereide Teti, perché scagliasse verso di loro una maledizione: che siano costretti sempre a ruotare alti nel cielo, senza mai potersi riposare sotto l’orizzonte – senza mai toccare le acque sacre a Teti e a Poseidone… questa parte del mito spiega le costellazioni circumpolari.

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Ursa Major, tavola dell’Uranometria di Bayer, Linda Hall Library.
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Ursa Minor, tavola dell’Uranometria di Bayer, Linda Hall Library.

Arktos è la parola greca per “orso”: questa è l’etimologia del termine articoPer i romani, le Orse erano i due Carri. In latino, “sette buoi da lavoro”, septem-triones, da cui deriva il nome settentrione.

Molti popoli hanno visto mezzi e oggetti in questi due asterismi: il carro, il mestolo, la casseruola, la ciotola di riso, l’aratro.

Le fotografie che seguono sono di Akira Fuji e curate da David Malin, entrambi astronomi e astrofotografi: cliccando su ogni immagine il link vi rimanda alla pagina originale, dove sono identificate le stelle e mostrate le linee della costellazione. Queste quelle viste finora…

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Ursa Minor. Image and text ©2008 Akira Fujii/David Malin Images.
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Linee e nomi aggiunti in Gimp.
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Ursa Major. Image and text ©2008 Akira Fujii/David Malin Images.
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Linee e nomi aggiunti in Gimp.

…Tra Orsa Minore e Orsa Maggiore, si snoda la costellazione del Drago, legata al mito di Eracle e alle sue dodici fatiche.

[Update 29-03-17 :  ho spostato qui le immagini del cielo che prima si trovavano in un post successivo.]

Dall’album degli schizzi – La ragazza Alda Merini in manicomio #2

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Sketch. December 17, 2016. “La ragazza Alda Merini in manicomio #2 – Girl Alda Merini in nuthouse #2”. Faber Castle Graphite Pure 2900 9B, Strathmore Toned Gray. Model: me.

Continua da Dall’album degli schizzi – La ragazza Alda Merini in manicomio

Solaris

Brevi pensieri

È impareggiabile il piacere di leggere un buon libro. In questo caso, un libro di ottima fantascienza.

Ho letto Solaris di Stanislaw Lem tutto d’un fiato, intensamente, in pochi giorni… E so che dovrò riprenderlo, perché questa storia è profonda, e sento che ci sono diversi livelli ancora da comprendere. Sicuramente è un libro che non ti lascia immutato mentre ti ci avventuri attraverso: ti lascia un calco, un’impronta.

Ho anticipato la lettura di questo romanzo grazie al consiglio di una lettrice: lo stavo rimandando scoraggiata dalla versione cinematografica del 2002, che non mi era piaciuta per nulla. Ma questa storia non ha nulla a che vedere con quella del film.

Questa romanzo mi capita tra le mani, inoltre, esattamente nel momento giusto: la sua lettura è cominciata parallelamente ad un progetto di scrittura -di cui non parlerò qui- legato al subconscio e ai sogni. Alle volte tra le pagine di Lem trovavo spiragli e amplificazioni estremamente inquietanti.

Solaris è la storia dell’Uomo che cerca di comprendere un oceano alieno che ricopre un intero pianeta. Ma quell’abisso terribile, inaccessibile, quel moto ondoso inquietante, è uno specchio oscuro e vertiginoso. I suoi meandri sono vasti e vari come la coscienza. È ciò che si materializza quando la coscienza cede all’inconscio e alle realtà più sepolte e rinnegate.

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Ocean by Alex Andeev on DeviantArt
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The Old Mimoid by Alex Andrrev on DeviantArt
Symétriade by D. Signoret

Aprendo gli occhi, chi o.. cosa potresti vedere, seduto in controluce davanti alla finestra, oltre la quale il sole rosso di Solaris infuoca di riflessi magenta quell’oceano senza confini che non sembra muoversi come una massa d’acqua, ma come un mastodontico animale fatto di muscoli?
É magistrale in modo in cui Lem crea e sviluppa la storia e i tre scienziati che ne sono protagonisti, nonché il modo in cui riesce a trattare le descrizioni del pianeta  e dell’oceano. La storia umana dello studio di Solaris è raccontato, inoltre, con enorme plausibilità.

È un vero piacere lasciarsi immergere nell’ambiente della stazione, sentire tutto il turbamento, l’inquietudine senza nome, cercare di rispondere alle domande che vengono poste tra le righe. È un vero piacere trovare un libro così tanto più ampio della somma delle sue pagine stampate.

Il riverbero della luce sulle onde di Solaris è ancora impresso nella retina.

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Grazie Liv!

Le profondità umane del cervello positronico

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Dalla copertina di Robot Dreams. Illustrazione di Ralph McQuarrie.

Chiudo I Robot dell’Alba e osservo l’autostrada bagnata oltre i vetri del pullman. Il sole non è ancora sorto.

Asimov, con la sua scrittura equilibrata, come un perfetto direttore d’orchestra, ha creato un universo coerente e visionario, che si espande nel futuro fino a tempi vertiginosamenti distanti.

Nel Ciclo delle Fondazioni, l’umanità ha occupato l’intera galassia, perdendo completamente memoria dell’esistenza di un pianeta d’origine: la Terra è diventata solo un mito nebuloso. La Galassia è popolata da soli umani -l’assenza degli alieni nella galassia asimoviana è un elemento peculiare che apprezzo molto [1]- e l’acutezza dei molteplici particolari psicologici e sociali, l’immersione a cui il lettore è costretto, da  l’impressione di star leggendo una bellissima, e inquietante nella sua plausibilità, epopea dell’Uomo nei millenni futuri.

È il Ciclo dei Robot (che trovo segnato anche come Ciclo degli spaziali) a comporsi secondo me dei suoi romanzi più belli, primi fra tutti: Abissi di Acciaio (The Caves of Steel, 1954), Il sole Nudo (The Naked Sun, 1957), e I Robot dell’Alba (The Robots of dawn, 1983): siamo nell’epoca in cui sono stati colonizzati i primi Mondi Spaziali e i terrestri si sono, ad un certo punto, ritirati nelle profondità di mastodontiche e sovraffollate città coperte. Sono esseri agorafobici, che crescono e muoiono nel loro utero di acciaio senza aver mai visto il Sole o averne sentito il calore, senza aver mai sperimentato la pioggia, il vento, l’umidità, l’ambiente naturale.

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Dalla copertina di The Caves of Steel. Illustrazione di Stephen Youll.
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Dalla Copertina di The Naked Sun. Illustrazione di Stephen Youll.

In questi tre romanzi si muovono due splendidi personaggi: il detective di polizia Elijah Baley e il robot umanoide Daneel Olivaw. L’interazione tra i due fa nascere tante riflessioni, una fra tutte la percezione complessa che un essere umano può avere di fronte ad un robot umanoide come Daneel, specchio misterioso.

Daneel prese la mano di Baley e la strinse con calma freddezza, le dita che si chiudevano in una presa piacevole e non dolorosa, per poi rilasciarla.
Baley sperava onestamente che gli occhi inscrutabili della creatura non potessero entrare nella sua mente e vedere quel selvaggio momento appena passato, e non del tutto cessato, in cui lui si era interamente concentrato su un sentimento di amicizia che era quasi amore.

Da Il sole Nudo, Oscar Mondadori, trad. Giuseppe Lippi

I pensieri sono molti, circa la prigione che è diventata la Terra, il rifiuto dei terresti per i robot, la società “dispotica” di Solaria, quella di Aurora.

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Robbie da Io Robot – Ellison, Asimov. Illustrazione di Mark Zug.

Asimov ti fa entrare nel suo mondo e te ne rende partecipe. Torni nel presente arricchito e sbatti le palpebre per rimetterlo a fuoco. Asimov era un uomo di scienza e cultura, una persona incredibilmente visionaria.

Isaac Asimov nel 1985. Claudio Edinger/Getty Images

Non sarà l’ultimo post sull’universo di questo genio.

[1] In Neanche gli Dei (The God Themselves) troviamo la descrizione di una razza aliena, ma questo racconto si slega dai cicli dei robot, degli Spaziali, dell’Impero Galattico e delle Fondazioni.

Troll Bridge

Ero poco più che bambina quando lessi il racconto breve Il ponte del troll di Neil Gaiman. Mi fece uno strano effetto. Mi spiazzò e mi disturbò un poco. Qualche giorno fa questa short story mi è improvvisamente balenata di nuovo in mente, e ne ho letto la versione originale.

Effettivamente, non so perchè mai abbiano deciso di inserirla in un libro per ragazzi – oltre a precluderla alla maggior parte del pubblico, non è propriamente una storia per bambini.

È una storia che spiazza, per il suo amalgama perfetto di immaginario fiabesco e di acuto realismo. Il modo con cui Neil Gaiman fa coesistere l’elemento magico nella realtà è eccezionale.

Vediamo prima il mondo dagli occhi spalancati di un bambino che percorre sentieri tra boschi e campi. Il tortuoso percorso è deformato dalla sua prospettiva e possiede intatta la potente e crescente aurea di mistero, avventura e di magia di una mente infantile. Sembra il percorso in cui dal nostro mondo, ad un certo punto, si entra nell’altro – quello fantastico. E l’oggetto simbolico di collegamento è il ponte, come nelle fiabe.

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Troll Bridge by okoo

Il bambino cresce, attorno a lui i contorni e la geografia si delineano con più lucidità e si trasformano.

Osserviamo dagli occhi di un adolescente che passeggia nella luce lunare con l’amica di cui è innamorato, e infine da quelli di un uomo. Ne scrutiamo costantemente e indirettamente l’animo e c’è una certa oscurità, che si fa sempre più fitta e stringente.

Al centro, nel paesaggio che muta, tra i campi che si trasformano in zone abitative, tra la rete ferroviaria che viene abbandonata, c’è l’elemento magico, l’elemento calamitante, il nocciolo più profondo e invisibile: il ponte del troll.

Questa storia ha suscitato nuovamente una forte e inaspettata suggestione su di me. Non ha un significato univoco… non saprei darle un significato preciso, a parole. Credo che il ponte sia la costante oscura con cui il protagonista è costretto a confrontarsi nel corso della sua vita, a cui non può scappare. É la sua codardia e la sua malizia. Il troll è lo specchio – l’uno sono lo specchio dell’altro. Il troll “fiuta” all’interno della sua anima,  lo conosce profondamente come nessuna creatura umana potrebbe fare, con spietata sincerità.

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Un adattamento molto libero del racconto creato da Simonn Thelning.

Neil Gaiman prende ispirazione per questa sua storia direttamente dal folklore nordico. E la trasforma col suo stile inconfondibile. In particolare, leggo, prende ispirazione dalla fiaba norvegese De tre bukkene Bruse (Three Billy Goats Gruff). 

Come una creatura del folklore scandinavo – una creatura dello stesso colore del muschio e dei sassi, orrida, goffa e affamata, appartentete alla natura stessa (il sottobosco, l’acqua, i mattoni del ponte, al quale è legato e del quale è a volte l’elemento di sostegno) abbia ispirato a Neil Gaiman questa stana storia nera, rimane uno dei fantastici misteri delle tortuose vie dell’ispirazione artistica. I ponti devono essere un simbolo di collegamento, di zona di passaggio tra due elementi, tra due realtà. Qui è un confronto crudele reso con una grande, deliziosa metafora. Forse, se concetti semplici hanno radici profonde, è naturale che continuino a far sognare.

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È stata pubblicata una graphic novel basata su Troll Bridge di Neil Gaiman, illustata dagli acquarelli di Colleen Doran.