Il Cigno – Il cielo ad occhio nudo – parte 12

Continua da Il cielo ad occhio nudo – Sirio – parte 11. È un capitolo della “serie” Il cielo ad occhio nudo, ma può essere letto benissimo a sé stante. 

In una notte di agosto, la costellazione del Cigno si  allunga alta allo zenit, seguendo nel suo volo l’arco della Via Lattea estiva, sovrapposta ad una delle zone più ricche di stelle e polveri del nostro cielo.

Il cigno è disteso ad ali spiegate lungo questa scia luminosa:  Deneb, α Cygni, segna la coda del cigno, mentre Albireo, β Cygni, si trova alla fine del lungo collo e segna il suo becco. In Sadr, la stella γ, è situato il cuore del cigno; le ali distese sono marcate dalle stelle δ, ε, ζ, ι e κ. Ad essa è associato il mito di Zeus e Leda.

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Schermata di Stellarium.

Deneb, distente circa 2600 anni luce, è una supergigante bianca: il suo nome ha il significato di “coda”, e proviene dalla locuzione araba al dhanab al dajajah, “la coda della gallina”. Albireo, invece, deriva il suo nome corrente da errori di traduzione e trascrizione nel corso dei secoli: per gli Arabi era al minhar al dajajah, “il becco della gallina”.

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Akira Fujii/DMI

 

Leggo nel libro Star Tales di Ian Ridpath che il nome corrente, che non ha di per sé alcun significato, può aver avuto origine dalla parola greca per “uccello”, ornis (che era il nome con cui era conosciuta l’intera costellazione da Aratro e Ptolomeo) e attraverso varie trascrizioni erronee venne associata alla seconda stella principale della costellazione nella grafia finale di Albireo.

Albireo è uno dei primi oggetti celesti che vengono osservati da chi inizia ad interessarsi di astronomia: è una stella doppia facilmente separabile anche da un piccolo primo telescopo (anche se probabilemente non da un binocolo). Il contrasto tra i colori delle sue due componenti è infatti straordinario: ambra e azzurro.

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Albireo. Credit: Marco Gulino.

La separazione tra le due componenti è di 35 secondi d’arco (circa un sesantesimo del diamtro apparente della Luna piena). 415 anni luce di distanza da noi, ancora non si sa se si tratti un effettivo sistema binario o solo di un effetto di prospettiva.

Come detto, questa costellazione è  sovrapposta ad una porzione dell’arco della Via Lattea… che altro non è che la vista di taglio del disco della immensa galassia a spirale nella quale viviamo. I suoi bracci a spirali appaiono sovvrapposti, creando intricate zone luminose e buie.

Parlavo della Via Lattea in questo articolo: Il cielo ad occhio nudo – La Via Lattea – parte 9 – che vi consiglio di leggere, perché è legato a questa parte di cielo 😉

Una sezione scura sembra tagliare per il lungo una parte della costellazione: è il Cygnus Great Rift, la grande fenditura del Cigno, un immenso complesso oscuro di nubi molecolari. Questo sistema di polveri è collocato tra il nostro Sistema Soalre e il braccio del Sagittario, e assorbe la luce delle stelle retrostanti (l’ammasso stellare OB2, ad esempio, è uno dei più ricchi della nostra galassia, ma completamente oscurato dalle polveri). La distanza di questo complesso è stimata attorno ai 3000 anni luce dal nostro pianeta.

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Credit: Bob King, Sky&Telecope.

Una seconda formazione oscura è chiamata “Northern Coalsack”, sacco del carbone del nord, in controparte con il Sacco di Carbone dell’emisfero australe, nella costellazione della Croce del Sud.

Luminosa è la grande Cygnus Star Cloud, che si estende verso Vega.

La nebulosa NGC 7000 invece è un grande complesso ad emissione situato vicino a Deneb. In una notte limpida e scura, ad esempio sotto un cielo di montagna, è visibile ad occhio nudo. Per via della sua forma è conosciuta come nubulosa “North America”.

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La stella più luminosa, in alto a sinistra, è Deneb. Sadr si trova appena a destra del centro. Sotto a Deneb è situata la nebulosa North America. Cygnus’ heart. Credit: Marco Gulino 
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North America Nebula. Credit: Marco Gulino.

Questa zona di cielo è così ricca di nebulose – oscure e luminose – e di ammassi di stelle  da tenere occupati a lungo con un semplice binocolo e con l’occhio nudo.

La costellazione del Cigno domina il cielo estivo, assieme alla Lira e all’Aquila. Le tre stelle principali, rispettivamente, di queste tre costellazioni, segnano i vertici del “Triangolo Estivo”: Deneb, Vega, Altair.

Nella fotografia seguente, Deneb è la stella più luminosa in basso a sinistra. Vega, in alto, splende di magnitudine visuale 0,03; Altair, di 0,76, e Deneb di 1,25.

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The Summer Triangle, eastern horizon. Vulpeca, Saggita, Vega, Altair and Deneb. Credir: Akira Fujii/DMI.

 

 

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Simple smartphone astrophotography

On the evening of May 5, while we were waiting to observe Jupiter (very near to opposition) through the telescope, I tried some “astrophotography” with my smartphone.

First of all, if you want to capture the night sky, you need three things: ISO, that sets the brightness of the photo, shutter speed, meaning the exposure time, and aperture, that basically controls how much light reach the camera sensor.

With just your smartphone, you should be able to shift in auto mode and control the first two features: this time I used ISO 3200 and an exposure time around 3-4 second. I also use a small tripod (see below for me struggling in the grass).

My smartphone is a OnePluse 5T and I used the default camera.

Me and Marco have already done some smartphone experimenter together last spring in Sciacca, his native town in Sicily, both at the harbour and on the seashore. It was a lovely night. The result are MUCH more impressive and you can find it in the next to links. We used there a OnePlus 3 with ISO 2000 and 30 seconds of exposure time.

Chasing stars – Sicilia – parte 1 di 2

Chasing stars – Sicilia – parte 2 di 2

This time I was in my garden in Ealing, in the outskirts of London.

Spring constellations

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A funny pic…

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That night Marco also captured his first Jupiter of the year, with the Celestron telescope. You can see it here: https://www.astrobin.com/346869/0/

The opposition of Jupiter occurred between May 8 and 9. But this is still the best moment to observe it, its spot, belts and satellites, with binoculars and telescopes: the Solar System biggest gas giant shines at magnitude -2.5 and has an apparent diameter of 44″.

Il cielo ad occhio nudo – Sirio – parte 11

Post precedente: Il cielo ad occhio nudo – La Lira – parte 10

È passato un po’ di tempo dall’ultimo post de “Il cielo ad occhio nudo”: adesso risplendono le bellissime costellazioni invernali: Orione, il Toro, il Cane Maggiore…

E nella costellazione del Cane Maggiore si trova la stella più luminosa dell’intero cielo, Sirio, che proprio ieri, alla mezzanotte della vigilia del nuovo anno, ha raggiunto il punto più alto del cielo.

Provo da sempre una bella emozione quando osservo le stelle invernali nell’aria gelida della sera, mentre torno a casa o quando mi affaccio dalla finestra: Betelgeuse e Aldebaran sono nettamente di colore rispettivamente rosso e arancione;  le stelle della Cintura di Orione sono supergiganti e ipergiganti bianche distribuite in un pattern immediatemente riconoscibile, più in alto si intravede l’ammasso aperto delle Pleiadi… e naturalmente c’è Sirio.

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Cane Minore, Cane Maggiore e Orione. Credit: Akira Fujii/DMI.

af4-06_72La costellazione del Cane Maggiore. Credit: Akira Fujii/DMI.

IMG_20170416_214246-gimpLa costellazione del Cane Maggiore dalla spiaggia di Sciacca, in Sicilia, ripresa con uno scatto a lunga esposizione con il nostro smartphone da me e Marco Gulino (tutta la storia qui: Chasing stars – Sicilia – parte 1 di 2).

Sirio 

Sirio viene chiamata anche “la stella del cane” o “stella canicola” (“dog star” per i popoli anglosassoni), e prende il suo nome moderno dal greco antico Σείριος (Séirios), dal significato di “splendente” o “ardente, bruciante”.

Anticamente era anche identificata con la dea Iside (Eratostene) e con Κύων, “cane”.  Il nome latino Sirius è apparso per la prima volta nelle Georgiche del poeta Virgilio – tra il 37 e il 30 a.C..

In un passato in cui lo scorrere del tempo è scandito e compreso attraverso i movimenti celesti, associati a questa stella ci sono i giorni del cane – i giorni più caldi dell’estate, una quarantina di giorni che coincidono con  il sorgere eliaco di Sirio: dopo un lungo periodo dove non è stata visibile, la stella ricompare sopra l’orizonte est per un breve momento all’alba, subito prima del sorgere del Sole. Questo era il segno che stavano per arrivare i giorni più caldi.

La ricomparsa prima dell’alba della stella Sirio sopra l’orizzante preannunciava anche, nell’antico Egitto, l’inizio della stagione delle inondazioni del Nilo. Sacrifici di animali (tra cui di un cane) venivano svolti nell’antica Roma per scongiurare gli effetti nevasti sulla salute e sui raccolti che venivano associati a questa stella e al tremolio della sua luce.

Da quel bellissimo libro che è “The Arctic Sky” di John MacDonald, leggo che per il popolo Inuit Sirio è Singuuriq, che si traduce in “tremolante”, “pulsante” – come di una fiamma colpita da un soffio di vento.

Sirio effettivamente “tremola”, soprattuto, come accade nell’Artico, quando è bassa sull’orizzonte (non si alza più di 4°) : è l’effetto della luce che attraversa gli strati dell’atmosfera – l’insieme di rifrazione, assorbimento e basse temperature -, e conferisce agli astri puntiformi come Sirio l’aspetto di qualcosa che brucia. Leggo che l’effetto può essere così forte da creare giochi prismatici, e il popolo Inuit poteva utilizzare la qualità del tramolio di Sirio per avere indizi sul tempo e prevedere un calo o un aumento della temperatura.

Oltre alle infinite leggende che si estendono per tutto il globo e si perdono indietro nel tempo, quando ora osserviamo Sirio possiamo pensare anche alle meraviglie scientifiche legate a questa stella – in particolare all’esistenza di Sirio B, la nana bianca compagna.

Sirio è una stella bianca, di classe spettrale A, come Vega e Altair, ed è lontana soli 8 anni luce dalla Terra. Questa combinazione di vicinanza e di luminosità intrinseca la rendono una stella di magnitudine apparente -1,46: la stella più luminosa dell’intero cielo. La seconda stella più luminosa si trova nel cielo australe, ed è Canopo, nella costellazione della Carena.

Sirio è in realtà un sistema stellare doppio che ha dell’incredibile: Sirius A, che noi osserviamo brillare nel cielo, è una stella di dimensioni e massa paragononabili al Sole, ma la sua compagna, Sirius B, è una nana bianca, densissima e dal diametro più piccolo di quello della Terra.

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Dimensioni di una nana bianca prodotta da una stella delle dimensioni del Sole in confronto con quelle della Terra. Credit: ESA / NASA.

Le due stelle solo legate in un’orbita di circa 50 anni che le porta a una distanza minima di 8,2 UA e una massima di 31 UA – ovvero, nel momento in cui sono più vicine, si trovano a una distanza minore di quella tra il Sole e Saturno.

Erano un tempo due stelle luminose in un sistema binario, una delle quali, 120 milioni di anni fa, si è evoluta in gigante rossa: Sirius B è il nucleo collassato di questa stella, rimasto nell’orbita, invisibile all’occhio nudo, ma osservabile con telescopi di buon diametro, anche amatoriali.

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Sirio B dal Telescopio Hubble.

La differenza di luminosità apparente tra le due componenti (quasi 10 ordini di magnitudine!) rende Sirius B difficilissima da osservare… la luminosità della principale è soverchiante e ingloba completamente quel puntino a soli 3-11 arcosecondi.

Nei raggi X, però, l’immagine si rivela molto diversa: la luce che emana Sirio B, caldissima, è paragonabile a quella di Sirio A:

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Sirio A e B riprese nei raggi X dal satellite Chandra.

L’esistenza di Sirius B era stata ipotizzata dal matematico e astronomo Friedrich Bessel, ed è una delle prime nane bianche a essere scoperte, con 40 Eridani B e Procyon B.

Le nane bianche, così come gli altri due possibili resti alla fine della vita di una stella – le stelle di neutroni e i buchi neri – sono oggetti incredibili, in cui la fisica classica si incontra con la fisica quantistica.

Time lapse ripreso da Marco Gulino dal nostro giardino il 30 dicembre 2017.

 

La storia del cane maggiore continua in Il cielo ad occhio nudo – Il Cane Maggiore (link a breve).

Alla pagina Spettroscopia potete trovare lo spettro di Sirio, ripreso da me e Marco Gulino l’8 dicembre 2015.

 

Report osservativo: il globulare di Andromeda G1/Mayall II

Gli ammassi globulari orbitano negli aloni delle grandi galassie a spirale: sono densissimi ammassi sferoidali di centinaia di migliaia di stelle.

Un globulare di un’altra galassia

La notte del 20 agosto ho osservato al telescopio G1/Mayall II, l’ammasso globulare più luminoso della galassia di Andromeda… un ammasso globulare appartenente ad un’altra galassia, distante più di 2 milioni e mezzo di anni luce! (I dettagli dell’osservazione sono più sotto.)

G1 è stato scoperto nel 1953 dagli astronomi Nicholas Mayall e Olin J. Eggen.

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G1 è di magnitudine visuale 13.7. Dalla fotografia scattata dal telescopio Hubble si vede come G1 abbia una forma leggermente ellittica, e si trovi prospetticamente vicino a due stelle della nostra galassia. Sono due stelle di 14esima – 15esima magnitudine. Il suo colore giallastro ci fa capire che è un ammasso molto antico.

G1 non è solo l’ammasso globulare più luminoso della galassia di Andromeda: è l’ammasso più luminoso dell’intero Gruppo Locale: la sua luminosità è circa il doppio di quella di Omega Centauri, l’ammasso più grande e luminoso della nostra galassia. È anche gigantesco: il suo diametro è di circa mille anni luce (in confronto con i circa 150 anni luce di Omega Centauri).

La galassia di Andromeda è visibile anche all’occhio nudo sotto cieli bui e limpidi: appare, in visione leggermente distolta, come una piccola saetta biancastra: al telescopio è ricchissima di dettagli: le due bande di polveri che delineano due bracci della sua struttura a spirale, le due galassie satellite M32 e M110, l’immensa regione di formazione stellare NGC 206… ma questo è solo il disco visibile: la galassia di Andromeda si estende molto, molto di più.

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Credit: Robert Gendler, 2008

 

Questo globulare si trova ben fuori il disco visibile di Andromeda: é lontano 2 gradi e mezzo dal suo nucleo, a più di 100mila anni luce di distanza da esso.

Nell’immagine sottostante ho segnato l’area di cielo in cui si trovano i globulari G1 e G2: sembrano quasi non appartenere alla galassia di Andromeda!

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L’area di cielo in cui cercare i globulari G1 e G2. Schermata di Stellarium modificata in Gimp.

Osservazione di G1, G2 e UGC 330

La notte del 20 agosto è stata la prima luce per il nostro nuovo telescopio: un Dobson di 30 cm, f/5, della Sumerian Optics. Ci trovavamo sulle Alpi, all’altopiano del Nivolet, a circa 2500 metri: la notte era molto buia e trasparente, quasi senza vento e con poca umidità.

I globulari di Andromeda non sono segnati sugli atlanti stellari: per cercarlo ho stampato diversi articoli con report di altri osservatori e mappe costruite appositamente. In particolare ho utilizzato un articolo apparso sulla rivista Sky&Telescope (Exploring Messier 31, Alan Whitman, November 2013) e i campi ripresi dal telescopio DSS, che riporto più sotto.

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Scatto fatto da Marco con lo Smartphone mentre cerco G1. Sul tavolo il raccoglitore è aperto sulla fotocopio dell’articolo di Alan Withman. In cielo si riesce a intravedere la Via Lattea, e un pezzo di costellazione del Sagittario.

Per trovare G1 sono partita dal disco di Andromeda e mi sono poi spostata verso l’esterno. Una volta trovate tre stelle  di riferimentoabbastanza luminose, ho cambiato l’oculare per poter continuare lo star-hopping: ho inserito prima il 12 mm (125X) e poi, per riuscire a distinguere le deboli stelle del campo, ho dovuto continuare con il 9 mm (166X).

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Campo del DSS, 50X50 arcominuti.

Nell’immagine seguente è mostrato il campo inquadrato dall’oculare di 9 mm (AFOV 52°, FOV 19′):

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Campo campo del DSS di 30×30 arcominuti, con sovrapposto il campo inquadrato dall’oculare di 9 mm – da SkyPlanner, Sì, abbiamo battezzato il telescopio “Tardis”, perché si una volta chiuso si riduce ad una valigetta dalle dimensioni di un bagaglio a mano.

G1 si trova al vertice di un triangolo, i cui altri due vertici sono formati da una stella doppia e da un’altra stella. Nell’immagine seguente ho segnato alcuni dei pattern stellari con cui mi sono aiutata per orientarmi nello star-hopping:

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Alcuni dei pattern stellari con cui mi sono aiutata nello star-hopping. Immagine modificata in Gimp.

G1 appare evidentemente non stellare: non riesco a separare completamente le due deboli stelle che gli sono quasi sovrapposte, ma si capisce benissimo che ha una forma non sferica ma a sua volta “triangolare”, con due vertici più deboli verso l’esterno:

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Ingrandimento.

Dopo aver osservato G1 seguo un arco di deboli stelle e cerco un altro ammasso globulare, G2, di due magnitudi più deboli: l’osservazione si rivela complessa e non riusco a vederlo, anche sapendo dove cercarlo. Intravedo però qualcosa più sopra, proprio al limite della potenza del telescopio: è la galassia UGC 330, di 15esima magnitudine.

Avevo un conto in sospeso con G1 da diverso tempo!

Nel prossimo articolo (link a breve) racconto di questi tre giorni sulle Alpi.

Perseidi e Pizza! Ho trovato un gruppo astrofili in Inghilterra

Ho trovato un gruppo di astrofili anche qui in Inghilterra!

Sono HantsAstro, e da quanto ho potuto vedere finora, sono un gruppo molto numeroso ed entusiasta, e organizzano diversi eventi e nottate osservative.

Questo gruppo raggruppa appassionati nel sud dell’Inghilterra: uno dei luoghi in cui osservano è la Ancient Buster Farm, nell’Hampshire, nel South Downs National Park: si trova a circa un’oretta di strada da Ealing (Londra).

Il South Downs National Park è stato designato come Dark Sky Reserve dall’International Dark-Sky Association (IDA) proprio lo scorso anno.

In questo articolo si parla proprio del cielo del South Downs: The world’s newest stargazing haven (and it’s an hour from London).

Il 12 agosto io e Marco abbiamo partecipato alla serata “Pizza e Perseidi” alla Buster Ancient Farm – un posto particolarissimo: si tratta di un sito archeologico e di una fattoria didattica, con ricostruzioni di abitazioni e strumenti di varie età preistoriche.

Ci siamo seduti con le nostre sedie da campeggio tra le capanne e abbiamo aspettato che il cielo si facesse scuro.

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La Via Lattea era visibile, e la serata è stata piuttosto serena, anche se molto umida e con una coltre di nubi sull’orizzonte, verso est.

Questo è il video ripreso da Marco:

 

Sono riuscita a vedere molte stelle cadenti, e alcune di queste erano luminosissime, dei “bolidi”: delle meteore di luminosità superiore a quella del pianeta Venere. La cosa affascinante dei bolidi è che a volte la loro scia è abbastanza luminosa da permettere di vederne il colore, ad esempio una sfumatura verdestra.

Una meteora spettacolare è passata vicina all’Orsa Maggiore.

Non siamo rimasti fuori tutta notte: verso le 11.30 la Luna ha incominciato a sorgere e il cielo si è fatto sempre più chiaro.

Al ritorno, nelle vie di Ealing, Marco mi ha riscosso dal sonno per mostrarmi, oltre il finestrino, una volpe in mezzo alla strada vuota.

Nuovo telescopio!

Qualche settimana fa è arrivato il nostro nuovo telescopio: si tratta di un riflettore Dobson di 30 cm (12 pollici), f/5, prodotto artigianalmente dalla Sumerian Optics. Il nome del modello è “Alkaid” (nome preso in prestito dalla stella più brillante dell’Orsa Maggiore). È arrivato, ben imballato, il 3 agosto.

Questo telescopio, nonostante sia un riflettore di 30 centimetri, è estremamente compatto: si riduce in una valigetta di legno grande come un bagaglio a mano, e dal peso di soli 15 kg.

Tutti i pezzi (specchio primario, secondario, lunette, focheggiatore, supporto del secondario…) – tutto si incastra perfettamente come a tetris, con l’eccezione delle barre che formano la struttura truss, che però si svitano a metà e sono anch’esse trasportabili facilmente.

Il motivo per cui abbiamo scelto un telescopio con una montatura così leggera (e costosa, per essere un Dobson di questa apertura) è proprio per la possibilità di trasportarlo in aereo come bagaglio a mano, e poter quindi tornare dall’Inghilterra sulle Alpi o in Sicilia per fare osservazioni del cielo, e in generale poterlo portare ovunque… magari sotto il cielo australe, un giorno?

 

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È letteralmente una valigetta!
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Il primario con il suo coperchio.
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Montaggio della base.

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Chi è più alto?

Marco ha sostituito il piccolo paraluce (nella foto qui in alto) con un telo di stoffa che copre completamente il tubo: due giorni, per lui, di taglia e cuci.

La sua prima luce, il 12 agosto, è stata sfortunata: c’era troppa umidità per fare osservazioni. (Quella notte, però, abbiamo visto tantissime stelle cadenti… Lo racconto nel post Perseidi e Pizza )

Sempre quella notte, abbiamo trovato diverse difficoltà nell’allinearlo e soprattutto nel collimarlo. Ancora non possiamo dare un parere su questo strumento, ma adesso è con noi in Italia e, se tutto va bene, la prossima settimana trascorreremo un paio di notti sull’Altopiano del Nivolet, sulle Alpi occidentali.

Al controllo sicurezza di Heatrow non abbiamo incontrato nessuna difficoltà nel far passare il nostro bagaglio “peculiare”.

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All’aeroporto, dopo il controllo sicurezza.
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Sopra le montagne…

Non vedo l’ora di fare finalmente osservazioni con questo strumento: rispetto al mio Dobson, di 20 centimetri, è molto più luminoso. Sono molto curiosa di scoprire fin dove possiamo arrivare.

Giocando con centinaia di palline di polistirolo.

 

Nubi nottilucenti a Campo dei Fiori…

Vorrei raccontare di questo fenomeno a cui non avevo mai assistito prima d’ora: non ha nulla a che fare con le nuvole, ed è rarissimo alle nostre latitudini. Noi ci troviamo a circa 45° nord, mentre le nubi nottilucenti sono visibili sopra i 50° nord.

Era la notte tra il primo e il due luglio. La sera del primo luglio, assieme all’Osservatorio di Campo dei Fiori, avevo partecipato ad “Occhi su Saturno”. Magari ci avete fatto caso: in tutta Italia quella sera ci sono state iniziative legate all’osservazione del pianeta Saturno: la data ricorda l’entrata in orbita su Saturno della bellissima sonda Cassini, che terminerà la sua missione a metà di questo settembre. Saturno è tornato visibile, i suoi magnifici anelli ben aperti rispetto a noi, e così sarà per tutta l’estate. Era una sera serena ma ventosa e siamo tornati esausti e infreddoliti.

Attorno alle quattro di notte ho sentito qualcuno scuotermi via dal sonno.

“Vieni, ci sono le nubi nottilucenti”.

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Li ho seguiti intontita e siamo risaliti sul terrazzo dell’Osservatorio. Basse sull’orizzonte nord, e parzialmente coperte da alcuni strati nuvolosi, si vedeva la bianca lumosità delle nubi nottilucenti. In particolare, quando sono salita io – in un momento successivo rispetto alla fotografia qui sopra – era meno evidente la parte a sinistra, ma assolutamente ovvio l’arco più a destra (in questa foto, se notate, si vedono anche le Pleiadi e Venere).

Le nubi nottilucenti non sono nuvole illuminate dal Sole: siamo in piena notte, e la luce arancione che vedete sulla destra è data dall’inquinamento luminoso, non dall’alba.

Le nubi nottilucenti sono altissime: si trovano nella mesosfera, a 80-85 km di altezza, pochi chilometri sotto la mesopausa, la parte più fredda della nostra atmosfera. Vengono per questo chiamate anche “nubi polari mesosferiche”.

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L’illustrazione, presa da Atmosferic Optics, mostra gli strati dell’atmosfera. È segnato, con quella linea rossa sinuosa, come varia la temperatura con l’altezza (la temperatura la leggete sull’asse x, e va da -110°C a +10°C)).

Le nubi nottilucenti si situano nella zona più fredda, e sopra di esse ci sono sono le aurore. Gli aerei e le nuvole si situano nella troposfera, molto più in basso…. il primo strato che si incontra salendo. Ho visto a posteriori questo grafico, rispetto all’osservazione, e mi ha impressionato moltissimo.

Sono formazioni freddissime, con una temperatura prossima ai -130°C, e sono composte da minuscoli cristalli di ghiaccio, dal diametro di 0.1 micron. La luce del Sole fa scattering con questi minuscoli crstalli. Esse hanno una colorazione azzurra, per via dell’assorbimento della luce rossa da parte dello strato di ozono della stratosfera sottostante.

Quella notte sul sito di spaceweather.com sono apparse molte fotografie del fenomento: dalla Scozia, dal nord dell’Irlanda… tutte latitudini maggiori di quella di Varese. Qui e qui alcuni link ad alcune fotografie delle stesse nubi nottilucenti che stavamo osservando noi.

Era un fenomeno che non avevo mai visto e mi ha colpito profondamente. Ringrazio Luca e Andrea – ai quali va anche il merito della fotografia, e la capacità non banale di aver riconosciuto cosa stessero osservando – per essere venuti a svegliarmi.
Vi lascio approfondire questo fenomeno sul sito di Atmosferic Optics.