Il cielo ad occhio nudo – parte 8

Continua da Il cielo ad occhio nudo – parte 7

Ho percorso velocemente Andromeda, Cassiopea, Perseo, Ceto, Pegaso… manca, per avere tutte le costellazioni legate allo stesso mito, quella del Cefeo.

Cefeo

Come Cassiopea, anche Cefeo è una costellazione circumpolare. È riconoscibile cercando l’asterismo battezzato dagli astrofili “la casetta”: il tetto formato dalle stelle β, γ, ι, la facciata con ai vertici le stelle β, α, δ e ι. Nell’immagine di Akira Fujii che segue, si vede quanto questa costellazione sia vicina al polo nord (la stella Polaris). Più sotto, si riconosce la “W” di Cassiopea.

 

cepheus.png
Cepheus. Credit: Akira Fujii/DMI.

Alderamin, α Cephei, è una subgigante bianca. In futuro diventerà una stella polare: nel 7550 d.C. si troverà a un paio di gradi dal polo nord celeste.

Ma il segreto di questa costellazione risiede in un’altra stella: μ Cephei. 

μ Cephei

μ Cephei è la stella più grande che si possa vedere ad occhio nudo…. e non solo: è una delle stelle più grandi e luminose conosciute nell’intera Galassia. Oltre a lei ci sono pochi altri colossi, come VV Cephei e VY Canis Majoris. Antares e Betelgeuse, che splendono qui rispettivamente in estate e in inverno nelle costellazioni dello Scorpione e di Orione, sono decisamente minori di queste, per dimensioni e luminosità.

Quando si tratta di stelle supergiganti rosse, la stima delle dimensioni e della distanza precise rimane molto incerta. Una delle ragioni delle difficoltà di misurazione è che l’ambiente che circonda questo tipo di stelle è molto caotico: perdono i gusci più esterni del loro involucro, estremamente rarefatto.

μ Cephei è infatti in uno stadio avanzatissimo della sua evoluzione: la stella da cui si è originata era estremamente massiva, e ora terminerà la sua evoluzione in una esplosione di supernova.

μ Cephei è conosciuta come “stella granata di Hershel”: questo nome le fu dato dall’astronomo Giuseppe Piazzi (l’astronomo che scoprì Cerere la notte del 1 gennaio 1801, mentre dal tetto dell’Osservatorio di Palermo compiva misurazioni stellari con il suo cerchio altazimutale), ricordando Hershel.

Hershel, nel 1780, incredibile pioniere nell’astronomia, scrisse questa osservazione durante il suo studio ed esplorazione del cielo (provo a tradurla) : “Una stella davvero considerevole, non segnata da Flamstead, si trova vicino alla testa del Cefeo. È di un incantevole e profondo color granata, che ricorda la stella periodica omicron Ceti [Mira], ed è un oggetto bellissimo, specialmente se prima si è osservata per qualche tempo una stella bianca come alpha Cephei, che è lì a portata di mano.”

Il questo articolo di AAVSO ci sono delle considerazioni interessanti sul suo colore: Mu Cephei.

Con una magnitudine visuale di circa 4, la stella granata è individuabile ad occhio nudo, alla base dell’asterismo casetta del Cefeo, come si vede nell’immagine. Non essendo molto luminosa, il suo colore può essere apprezzato appieno aiutandosi con uno strumento ottico. Viene descritta come una stella di un rosso molto carico. Quando ho avuto modo di osservala al telescopio, mi ha colpito il fatto che indubbiamente fosse colorata in modo netto. In quando al colore, non l’ho percepito come un rosso, ma forse più come un color rame.

Una stella ancora più grande di questa è VV Cephei: come dice la designazione latina, appartiene anche lei a questa stessa costellazione. Per trovarla bisogna spostarsi all’interno dell’asterismo della casetta.  È di una magnitudine più debole (di circa quinta magnitudine) ma anch’essa localizzabile ad occhio nudo tra le altre stelle. È una binaria ad eclisse…

 

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La posizione di VV Cephei sul Pocket Sky Atlas.
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Per visualizzare il termine “grande”: confronto con il Sole.

 

Il mito: Perseo, Andromeda, Cassiopea, Cefeo, Pegaso

mito.png
Schermata di Stellarium con evidenziate le costellazioni trattate.

Cefeo era il re dell’antica Etiopia, una regione che si estendeva a sud del Mar Rosso e che comprendeva parte dei moderni stati di Israele, Giordania ed Egitto. Cefeo era sposato con Cassiopea, una donna eccezionalmente vanitosa che sfrontatamente dichiarava di essere più bella delle nereidi.

Le nereidi – le ninfe del mare – chiesero vendetta per il suo affronto a Poseidone, il quale scagliò sulle coste dell’Etiopia il mostro marino Ceto, che incominciò a compiere stragi e devastazioni.

Il re Cefeo, disperato, si recò a consultare l’oracolo di Ammone per capire la ragione della collera degli dei e come fare per liberarsi della calamità che si abbatteva sulle coste del regno. L’oracolo gli rispose, e gli disse che per placare Poseidone avrebbe dovuto sacrificare la figlia Andromeda al mostro.

Cefeo decise di non anteporre la vita di sua figlia al benessere del regno, e la giovane Andromeda venne incatenata agli scogli come offerta sacrificale.

Perseo la vide da lontano mentre ritornava in patria dopo l’uccisione della gorgone Medusa, reggendo ancora in mano la sua testa decapitata. In alcune versioni viaggia con i sandali alati donatogli da Ermes, in altri in groppa del cavallo alato Pegaso. Vide dunque la ragazza, e la folla radunata sulla spiaggia. In questa folla attendevano anche Cefeo e Cassiopea.

Già tra le onde infuriate del mare iniziava a vedersi la sagoma del Ceto che si avvicinava. Perseo si recò dal re e dalle regina, facendosi spiegare la situazione, e promise l’uccisione del mostro, in cambio di avere in sposa la loro bellissima figlia. Tornò verso gli scogli, e uccise il mostro marino poco prima che questi si avventasse sulla sua vittima.

La versione che ne da Ovidio è piena è come sempre molto evocativa: Andromeda, pietrificata dalla paura, sembrerebbe una statua se non fosse per i capelli che ondeggiano nel vento…

Dopo aver sorvolato e lambito innumerevoli popoli,
giunse in vista degli Etiopi e delle terre di Cefeo.
Lì Ammone aveva selvaggiamente ordinato che l’innocente
Andromeda pagasse con la vita l’arroganza della madre.
Come la vide, le braccia incatenate a un masso della scogliera
(se la brezza non le avesse scompigliato i capelli e calde lacrime
non le fossero sgorgate dagli occhi, una statua di marmo, questo
l’avrebbe creduta), Perseo senza avvedersene se ne infiammò,
rapito dal fascino che quella stupenda visione emanava,
tanto che per poco le ali non si scordò di battere nell’aria.
Sceso a terra, disse: “No, tu non meriti queste catene,
ma solo quelle che stringono nel desiderio gli amanti:
svelami, voglio saperlo, il nome di questa terra e il tuo,
e perché porti i ceppi!”. Sulle prime lei tace, non osa,
lei vergine, rivolgersi a un uomo, e per timidezza si sarebbe
nascosto il volto con le mani, se non fosse stata incatenata.
Gli occhi le si riempirono di lacrime: solo questo poté.
Ma lui insisteva, e allora, perché non pensasse che gli celava
colpe sue, gli rivelò il nome della terra, il suo,
e quanta presunzione nella propria bellezza avesse riposto
sua madre. Non aveva ancora raccontato tutto, che scrosciarono
le onde e apparve un mostro, che avanzando si ergeva
sull’immensità del mare e col petto ne copriva un largo tratto.
Urlò la vergine. A lei si erano accostati il padre in lutto
e la madre, entrambi angosciati, ma a maggior ragione questa:
non le portavano aiuto, ma solo il pianto e la disperazione
per quella sventura e si stringevano al suo corpo in catene.

Perseo a questo punto si lancia in alto, fino a ritrovare sotto di sé la sagoma del mostro: vi si avventa, conficcando fino all’elsa la spada nella sua scapola squamosa. Il Ceto si agita, ferito, e Perseo continua a colpirlo schivando i suoi morsi. Qui Ovidio dice come gli spruzzi d’acqua inizino ad appesantire le ali di Perseo, rischiando di portarlo giù, nel mare. Perseo, non fidandosi di continuare con i calzari alati imbevuti d’acqua, va verso uno scoglio, e continua a combattere reggendosi con la mano sinistra alle sporgenze.

Sconfitto il mostro marino, re e regina salutano l’eroe come loro genero e liberano la fanciulla dalle catene.

C’è ora questo pezzo molto bizzarro, che parla della nascita… del corallo. L’ho appreso molto di recente sentendo un altro appassionato raccontare questo mito. Ora, lo ritrovo effettivamente nei versi di Ovidio: perché la testa della Medusa non venga rovinata dalla sabbia, Perseo prepara un piccolo letto di alghe e la depone lì sopra. Le alghe, sotto lo sguardo della Gorgone, si pietrificano: è la nascita del corallo. Le nereidi rimangono incantate da questi oggetti, si distraggono dalla loro offesa, giocano con le piante acquatiche pietrificate e le gettano in mare perché i fondali si popolino di coralli.

L’eroe intanto attinge acqua e si lava le mani vittoriose;
poi, perché la rena ruvida non danneggi il capo irto di serpi
della figlia di Forco, l’ammorbidisce con le foglie, la copre
di ramoscelli acquatici e vi depone la faccia di Medusa.
I ramoscelli freschi a ancora vivi ne assorbono nel midollo
la forza e a contatto col mostro s’induriscono,
assumendo nei bracci e nelle foglie una rigidità mai vista.
Le ninfe del mare riprovano con molti altri ramoscelli
e si divertono a vedere che il prodigio si ripete;
così li fanno moltiplicare gettandone i semi nel mare.
Ancor oggi i coralli conservano immutata la proprietà
d’indurirsi a contatto dell’aria, per cui ciò che nell’acqua
era vimine, spuntandone fuori si pietrifica.

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