Il cielo ad occhio nudo – Orsa Maggiore e Orsa Minore nel cielo Inuit

Intermezzo – segue da Un’introduzione all’astronomia osservativa

L’artico. Apro prima di addormentari un altro libro di antropologia e storie del cielo – un libro che per ora è ancora in attesa di essere incominciato. È The Artic Sky – Inuit Astronomy, Star Lore and Legend di John MacDonald. È un’opera ampia e articolata: la ricerca fatta dell’autore tra la popolazione di Igloolik – una piccola isola nel Bacino di Foxe, nell’artico canadese – e il risultato ottentuto sono qualcosa di unici nel loro genere, in particolare per quanto riguarda la parte di astronomia comparata, in cui identifica le stelle indicategli dai vecchi inuit con le loro corrispondenti occidentali. Per non parlare della questione complessa della traduzione dal linguaggio Inuktitut…

Mi sono procurata questo libro ormai diversi mesi fa – un’acquisto di cui ancora sono felicissima. I popoli dell’Artico, mi ero detta, vivono immersi in un ambiente estremamente ostile, quasi sovraumano. C’è forse intatto quel senso primordiale di essere uomini in un territorio in cui la natura è vasta e furiosa, e in cui si è sovrastati da un cielo ampio e vicino. L’inverno e l’estate artica si estendono per lunghi mesi…

Mi aveva affascinato scoprire che le loro costellazioni, le loro mappe del cielo sono molto più scarne di quelle di altre culture. Ma l’assenza della sovrabbondanza di storie e di nozioni non significa nulla: la sfera celeste e quella atmosferica sono reami di primaria importanza per le popolazioni dell’Artico. Le dimensioni corpose di questo libro, inoltre, sono un chiaro indice di un’elaborazione profonda ed articolata della natura.

Le stelle

Cerco le due Orse, l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore.

Nell’Artico la Stella Polare è molto alta nel cielo: a Igloolik siamo a quasi 70° di latitudine.

In Inuktitut la Stella Polare è chiamata Nuuttuittuq, che significa “che non si muove” (“never moves”). Nuuttuittuq è considerata da molti troppo alta per essere utilizzata in modo utile durante la navigazione, e gli Inuit che vivono molto a nord hanno una scarsa conoscenza di questa stella.

Al contrario, gli Inuit che vivono più a sud, attorno alla latitudine 60°N, si riferiscono a Polaris come Turaagaq, “qualcosa verso cui puntare” (“something to aim at”) .

Le stelle che noi identifichiamo con il Grande Carro, invece, sono chiamate Tukturjuit o Tukturjuk, con il significato di “caribou” – il primo nome al singolare, il secondo al plurale.

La tradizione di riconoscere in questo gruppo di stelle uno o più caribou, animale fondamentale per la loro sopravvivenza e da cui ricavano la carne da cui alimentarsi, le pelli con cui fabbricare i loro vestiti e foderare i loro tamburi…,è concorde in tutto il mondo Inuit, con alcune eccezioni come nell’est della Groenlandia, dove era chiamata Pisidlat, “basamento della torcia” (“lamp foot”) o Asalut, riferito alla strattura del kayak: “supporto del kayak” (“kayak line rack”).  

Il questa costellazione gli Inuit hanno visto a volte un unico caribou, con ogni stella che identifica una parte dell’animale, con vari arrangiamenti, in uno dei quali si trova la componente più debole dell stella doppia Mizar, Alcor, a segnare la coda dell’animale.

In altre rappresentazioni le stelle dell’Orsa Maggiora sono ognuna un singolo elemento di una mandria di caribou, spesso inseguiti da tre lupi, stelle di altre costellazioni (forse nel Boote e nel Serprente).

Tukturjuit  ruota lentamente attorno a Polaris: è la costellazione su cui anche gli Inuit principalmente si sono basati per stimare lo scorrere del tempo.

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