Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)

Da tempo aspetto il momento giusto per scrivere di Asimov e della sua Galassia coerente, perchè è un grande argomento e non va affrontato con leggerezza. Nel mentre, però, mi è capitato per una certa serie di coincidenze di leggere un altro libro di fantascienza: Picnic sul ciglio della strada, dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki. Ho terminato questa lettura la scorsa notte, contorta dall’inquietudine che emanano le atmosfere del libro, e le dita ora fremono perché vogliono scrivere i come e i perché di questo romanzo. Un singolo romanzo, inoltre, è anche più semplice da raccontare che non il vastissimo universo di Asimov.

Perché io stavo leggendo Asimov, un libro dopo l’altro, e questa immersione asimoviana procedeva dalla scorsa estate. Mi ero abituata al suo stile narrativo – mi ero, come dire, assuefatta al suo modo di scrivere, e mi sarebbe servita una pausa prima di inserirmi nel mondo e nello stile di un altro scrittore dello stesso genere. Da Nighfall e  Neanche gli Dei ai sette libri delle Fondazioni sono passata al Ciclo dei Robot, e in particolare avevo in lettura Il Sole Nudo.

Il Sole Nudo di Asimov è rimasto su un sasso in montagna.

Sono ripartita con la mia auto dopo una settimana di Alpi e lui è rimasto lì sul sasso, nel piccolo parcheggio sterrato. Alcuni giorni dopo io e i miei genitori abbiamo fatto, insieme o separatamente, il giro di alcune librerie, senza mai trovarlo. Tra le varie librerie, siamo capitati in una nella quale ho incontrato un librario matto per la fantascienza.

-Il Sole Nudo è un libro bellissimo.- , diceva quasi disperato, -Ma non lo abbiamo. Te lo posso ordinare, ma arriverà alla fine dell’estate.-

-Lasci stare allora: ne ho bisogno subito.-

-Ti serve per la scuola?-

Alla mia faccia contrita deve avermi guardato meglio e rivalutato la mia età. Gli ho spiegato la triste questione del sasso, e allora si è illuminato e abbiamo iniziato a parlare di fantascienza. Mi ha raccontato di questo libro.

-Dovrebbe esserci sempre, in ogni libreria. Infatti faccio in modo che ci sia sempre una copia… – Diceva intanto questo signore, pieno di entusiasmo, e con maggior disperazione scopriva di non avere nemmeno questo in negozio.

Allora mi sono fidata e ordinato questo libro di cui non avevo mai sentito parlare.

 Ora vi parlo di questo romanzo. E di un concetto nuovo e terrificante che non avevo ancora incontrato in un romanzo di genere fantascientifico. 

O forse sì: una cosa simile accade in quel racconto stupendo di H.P. Lovecraft che è Color Out of SpaceE allora sia, che questo post racconti di entrambi.

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Ricomincio la lettura al gate B20… Ma come diceva una mia vecchia professoressa di Storia e Filosofia (una cara amica me lo ha ricordato di recente) “Non si può leggere Giro di Vite di Henry James in spiaggia.” Non si può: servono silenzio e solitudine, e magari il buio della sera e il clima più evocativo dell’inverno o dell’autunno. Ti devi immergere e ti si devono contorcere le viscere.

Qui incomincia il vero contenuto del post.

In Picnic sul ciglio della strada sono disseminate sulla Terra della Zone – sei in totale -luoghi di una breve sosta aliena.

Se si immagina di far ruotare una sfera (la Terra) e di spararci contro delle pallottole ad intervalli regolari, esse andranno a formare dei fori che si uniscono lungo una curva regolare. Il punto – il radiante – da cui i “colpi” sono stati sparati si trova lungo la tariettoria Terra-Deneb.

Nel loro immenso viaggio cosmico, gli alieni, di cui nulla si sa e nulla si è visto, hanno fatto una sosta brevissima lungo il loro percorso, un “picnic sul ciglio della strada”, circoscritto ma devastante, e sono ripartiti lasciandosi alle spalle oggetti, resti, rifiuti.  Nulla resta se non queste sei Zone, luoghi pericolossissimi e ancora largamente inesplorati dopo più di un decennio, pieni di oggetti e fenomeni inspiegabili di cui la scienza e la biologia non si capacitano.

La Zona di Marmot, si estende in un’area nell’ ex-periferia della cittadina. È un luogo difficilissimo in cui si avventurano gli stalker, per recuperare gli oggetti (“gusci”, “bracciali”, “bacchette”) da contrabbandare a trafficanti, collezionisti e scienziati. Ma non vi descrivo ulteriormente la Zona.

Le parti per me tra le più belle del libro sono proprio le due incursioni nei mandri della Zona di Marmot, che vengono descritte nei dettagli. Sembra di muoversi con Red Schouart attraverso un gameplayer buio e alienante. Oltre, naturalmente, la conversazione centrale in cui si discute della Visita.

Ma non vorrei dare una impressione fuorviante: se ho amato la descrizione degli attraversamenti della Zona, il romanzo in sé non ha molto a che vedere con l’azione, l’horror e la fantascienza puri. È profondamente psicologico e sociologico e muove domande fondamentali a cui non da risposta – e nel momento in cui le pone, scopri che queste domande ti appartengono.

Devo aver letto in un’altra recensione che ciò che è presente qui è un’assenza: gli alieni non ci sono, non sono stati visti, sono scomparsi, non si sa nulla di loro – chi siano, da dove vengano, come siano fatti, il significato della Visita (il “picnic” è un’ipotesi di uno scienziato). Quello che resta sono queste Zone, limitate nello spazio, anomale, inspiegabili, letali, che l’uomo non può nemmeno trattare o analizzare con la sua tecnologia e le conoscenze della fisica e della biologia attuali. Non può trarne sviluppi tecnologici. Qualcosa, alla fine, trova una utilità pratica, ma il tutto si ferma lì, le Zone e gli oggetti portati fuori da esse rimangono preclusi agli umani. Gli alieni sono assenti. Gli umani sono piccoli animali della foresta, che riemergono alla fine del fracasso, per ritrovare, dove un tempo c’erano il sottobosco e alcune loro tane, traccie di falò con carboni ancora ardenti, pozzanghere di benzina, il terreno segnato dalle ruote, lattine e bottiglie, lampadine fulminate, una radiolina portatile, un oggetto qualsiasi dimenticato… Gli umani sono piccoli animali della foresta cosmica che non sono stati degnati di uno sguardo.

Questa comprensione negata mi ha ricordato The Color Out of Space di H.P. Lovecraft. Ho… ascoltato… questo racconto qualche tempo fa, in tarda serata, per esercitare la comprensione dell’inglese. Era narrato magistralmente da Quentin Lewis. Egli stesso nella sua personale introduzione diceva di essersi stupito nello scoprire che Lovecraft considerasse questo il suo racconto migliore, o il più raffinato (finest), perchè manca completamente di tutto l’immaginario mitico e mostruoso legato a Cthulhu, Dagon… ma, in effetti, è proprio questa la differenza: queste identità terribili sono qualcosa con cui l’uomo può relazionarsi, può conoscere, può in qualche modo gestire e nominare. In Color Out of Space non accade nulla di tutto questo: non si capisce, non si conosce, non c’è un perchè – non si può capire, introiettare e reinterpreatre. E lì arriva l’inquietudine più profonda. 

lovecraft_colour_out_of_space_by_asahisuperdry-d6abuit
Lovecraft’s Color out of Space by Asahisuperdry on DeviantArt

L’impatto sull’ambiente e sulla vita biologica che ha l’arrivo di questo essere venuto dallo spazio profondo è estremamente disturbante, così come accade – ovviamente in modo diverso ma ugualmente terribile- nelle Zone dei Strugatzki.

Nelle Zone oltre alla biologia anche le leggi della fisica sono anomale e non corrispondono a quelle conosciute. Si individuano tracce  di applicazioni di una fisica diversa, più avantaza, così diversa da sembrare magia.

La mia lettura è superficiale. Già dalla prefazione, si cerca di spiegare la simbologia. È un romanzo pubblicato agli inizi degli anni Settanta, nell’URSS: è una critica al governo russo e alla corruzione? Le zone simboleggiano i lager? I due scrittori sono stati messi al bando più volte dal governo sovietico.

Penso di sì –  anche, quantomeno, ma so che i veri scrittori non usano metafore così lineari, metafore che, non appena scoperta la chiave di lettura, dicono tutto ciò che hanno da dire e poi si sfaldano, non lasciando nulla del libro nel quale erano inserite. I veri scrittori scrivono libri ai quali non si può dare un significato che li rinchiuda e li archivi nel loro ruolo storico, sociale, nel ruolo della nazione di provenienza. Vedono qualcosa di più fondamentale nella realtà in cui vivono.

I veri romanzi non danno mai pace a chi li ha letti.

Vi lascio con degli scorci creati da alcuni disegnatori su DeviantArt.

postcard_from_the_zone_vii_by_lukpazera
Postcard form the Zone VII by lukpazera on DeviantArt
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Roadside Picnic 1 by 5ofnovember on DeviantArt
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Roadside Picnic 2 by 5ofnovember on DeviantArt
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Monkey by kopfstoff on DeviantArt

Memo a me stessa: tornare e ringraziare il libraio.

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4 thoughts on “Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)”

  1. Ciao, è un piacere rileggere il tuo blog, che conoscevo già per via della recensione al software SkyPlanner, e anche per le riflessioni su libri molto amati anche da me. Leggendo questo post non posso fare a meno di chiederti se conosci l’opera di Stanislaw Lem. Si tratta di un autore che ha scritto per lo più fantascienza, che per lui – cito le sue stesse parole – deve “aspirare ad affrontare i problemi del nostro tempo; a misurarsi ad esempio col problema della posizione che l’intelligenza occupa nell’universo, o con i limiti di concetti e strumenti cognitivi coniati entro l’orizzonte terrestre, o ancora con le conseguenze di un incontro con intelligenze aliene”.
    Se non ti è mai capitato di leggerlo, vorrei consigliarti, per cominciare, il suo romanzo “Solaris”. Parla di un pianeta completamente ricoperto da una specie di oceano composto di una massa gelatinosa, che sembra mostrare segni di attività senziente: sulla superficie dell’oceano emergono infatti complicate strutture, la cui conformazione sembra seguire leggi matematiche; questo però è solo l’inizio, il libro racconta i tentativi nella comprensione di Solaris da parte di un gruppo di scienziati specializzati nello studio di questo pianeta, e la storia è narrata con una lentezza che ho trovato affascinante (interi capitoli sono dedicati all’esposizione di teorie “solaristiche”: Lem tra l’altro aveva una formazione scientifica, e ha reso il tutto plausibile). Ma indimenticabili per me sono le vicende umane di questi scienziati, ma non voglio aggiungere troppo; dico solo che ancora oggi, dopo anni, ogni tanto riprendo in mano questo libro.
    Ciao e complimenti per il blog,
    Liv

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    1. Ciao, grazie davvero per il tuo commento. Solaris non l’ho mail letto, ma è là nella nella pila di libri che attendono… Credo che ora gli darò la precedenza!
      Sono felice che tu mi abbia “ritrovata” e che ti faccia piacere leggere queste pagine. Caspita… La recensione di SkyPlanner compariva sul vecchio blog. Presto dovrò rimettere in sesto quell’articolo – insieme ad alcuni altri- e ripubblicarlo qui.
      Ciao e a presto,
      Alex

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    2. Ho letto Solaris tutto d’un fiato. Non posso che ringraziarti per avermi indirizzato a questa lettura, che forse avrei rimandato ancora di qualche mese (perchè anni fa ho visto il film del 2002, e non mi era piaciuto per nulla….). Ma questo di Lem è davvero un libro di ottima fantascienza, ed è arrivato proprio nel momento giusto. C’è tanto da metabolizzare ora. Hai proprio ragione, è una storia che ti coinvolge e che ti lascia impresse le sue tracce: è un libro indimenticabile. Grazie ancora Liv!

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  2. Mi fa piacere! E ho anche visto il tuo nuovo post tutto dedicato a Solaris. Se mai dovesse capitare, a me e al mio compagno anche lui astrofilo, di passare dalle tue parti, chissà che non ci facciamo una serata osservativa insieme, magari presso qualche Star Party 🙂

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