Equilibrio (con volpi)

Penso che sia importante mantenersi saldi ad un proprio nucleo e non lasciarsi paralizzare dai doveri e dalla morsa stritolante dalle difficoltà. Nel mio caso mi sto riferendo agli ostacoli di una facoltà con Fisica e di come in questi anni essi si siano risolti in una situazione di malessere e di… prosciugamento.

Nel mio nucleo ci sono però altre cose. Le ho tirate giù in profondità e congelate… Ne è risultata una persona squlibrata.

Nel mio nucleo c’è tanto desiderio di creazione artistica. C’è il bisogno di scrivere poesia e prosa, di disegnare, di leggere, di fare qualcosa che occupi completamente tutta un’altra area della mente e permetta la possibilità di usare modi espressivi più ampi, meno ferrei, più qualitativi che analitici, più inconsci…

Questa estate ho cercato di vivere al meglio il periodo trascorso in montagna. Ho respirato a fondo quei paesaggi, i fischi delle marmotte, gli occhi scuri e lucenti degli stambecchi, la varietà della flora alpina. Il cielo, naturalmente.

Ho scritto delle poesie e pensato ad altre storie. Sono molti anni che non scrivo un racconto… eppure trame e personaggi si creano e si sviluppano costantemente, mi accompagnano, a volte scompaiono per sempre… a volte attendono, attendono la vita.

Ho ripreso a disegnare.

In realtà sto scrivendo questo post solo per raccontare del sollievo che ho provato nel scoprire che sono ancora in grado di disegnare. Quando ho tirato quella linea dritta – i muscoli e la pelle della mascella – e la volpe improvvisamente si è tesa nel suo sbadiglio…

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Disegno basato su una fotografia di Ron Niebrugge, A Red Fox yawns, Denali National Park, Alaska.

I pastelli che ho usato sono davvero pessimi… una scatola da 12 colori comprata in cartoleria qualche tempo fa in una “emergenza” in cui dovevo fare un biglietto con una vignetta scherzosa… Le punte sono dure e lasciano solchi sul foglio, solchi senza quasi colore… ma alla fine la volpe è comparsa.

La sera prima mi ero rilassata  facendo quest’altro disegno – il primo – , sembre basato su una fotografia trovata sul web:

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Disegno basato sulla fotografia Red Fox in Snow, Yukon, di Robert Postma.

Quando ho iniziato non avevo molte speranze, perchè questo è tutto ciò che ho usato, per entrambi i disegni:

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Tutto quello che ho usato per il colore: cinque pastelli durissimi e scadenti comprati per qualche sterlina e quasi per caso il mese scorso.

Più un poco di azzurro per gli occhi e l’ombra, e del rosa per la lingua.

Alla fine, ho ordinato una bella scataola da 72 pezzi di Prismacolor Colored Pencils.

La matematica, la fisica… in partica la meravigliosa struttura del linguaggio con cui l’uomo descrive e studia e disvela la realtà, è qualcosa che ho scoperto annientarmi nel suo rigore e nella sua complessità. Devo bilanciare i miei doveri con tutte le cose che attendono di essere di nuovo espresse (anche quelle che non ho scritto qui) ,che coesistono in me fin da bambina, e aspettano un’espressione matura.

E così sarà, nelle sere dell’autunno che viene.

 

Aggiunta – 00.30

Ogni persona completa ha diritto a una sua parte di follia e irrazionalità. Il bello e il difficile è trovare il modo – o i molteplici modi – per non arginarla ma lasciarla fluire senza danno.

 

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Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)

Da tempo aspetto il momento giusto per scrivere di Asimov e della sua Galassia coerente, perchè è un grande argomento e non va affrontato con leggerezza. Nel mentre, però, mi è capitato per una certa serie di coincidenze di leggere un altro libro di fantascienza: Picnic sul ciglio della strada, dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki. Ho terminato questa lettura la scorsa notte, contorta dall’inquietudine che emanano le atmosfere del libro, e le dita ora fremono perché vogliono scrivere i come e i perché di questo romanzo. Un singolo romanzo, inoltre, è anche più semplice da raccontare che non il vastissimo universo di Asimov.

Perché io stavo leggendo Asimov, un libro dopo l’altro, e questa immersione asimoviana procedeva dalla scorsa estate. Mi ero abituata al suo stile narrativo – mi ero, come dire, assuefatta al suo modo di scrivere, e mi sarebbe servita una pausa prima di inserirmi nel mondo e nello stile di un altro scrittore dello stesso genere. Da Nighfall e  Neanche gli Dei ai sette libri delle Fondazioni sono passata al Ciclo dei Robot, e in particolare avevo in lettura Il Sole Nudo.

Il Sole Nudo di Asimov è rimasto su un sasso in montagna.

Sono ripartita con la mia auto dopo una settimana di Alpi e lui è rimasto lì sul sasso, nel piccolo parcheggio sterrato. Alcuni giorni dopo io e i miei genitori abbiamo fatto, insieme o separatamente, il giro di alcune librerie, senza mai trovarlo. Tra le varie librerie, siamo capitati in una nella quale ho incontrato un librario matto per la fantascienza.

-Il Sole Nudo è un libro bellissimo.- , diceva quasi disperato, -Ma non lo abbiamo. Te lo posso ordinare, ma arriverà alla fine dell’estate.-

-Lasci stare allora: ne ho bisogno subito.-

-Ti serve per la scuola?-

Alla mia faccia contrita deve avermi guardato meglio e rivalutato la mia età. Gli ho spiegato la triste questione del sasso, e allora si è illuminato e abbiamo iniziato a parlare di fantascienza. Mi ha raccontato di questo libro.

-Dovrebbe esserci sempre, in ogni libreria. Infatti faccio in modo che ci sia sempre una copia… – Diceva intanto questo signore, pieno di entusiasmo, e con maggior disperazione scopriva di non avere nemmeno questo in negozio.

Allora mi sono fidata e ordinato questo libro di cui non avevo mai sentito parlare.

 Ora vi parlo di questo romanzo. E di un concetto nuovo e terrificante che non avevo ancora incontrato in un romanzo di genere fantascientifico. 

O forse sì: una cosa simile accade in quel racconto stupendo di H.P. Lovecraft che è Color Out of SpaceE allora sia, che questo post racconti di entrambi.

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Ricomincio la lettura al gate B20… Ma come diceva una mia vecchia professoressa di Storia e Filosofia (una cara amica me lo ha ricordato di recente) “Non si può leggere Giro di Vite di Henry James in spiaggia.” Non si può: servono silenzio e solitudine, e magari il buio della sera e il clima più evocativo dell’inverno o dell’autunno. Ti devi immergere e ti si devono contorcere le viscere.

Qui incomincia il vero contenuto del post.

In Picnic sul ciglio della strada sono disseminate sulla Terra della Zone – sei in totale -luoghi di una breve sosta aliena.

Se si immagina di far ruotare una sfera (la Terra) e di spararci contro delle pallottole ad intervalli regolari, esse andranno a formare dei fori che si uniscono lungo una curva regolare. Il punto – il radiante – da cui i “colpi” sono stati sparati si trova lungo la tariettoria Terra-Deneb.

Nel loro immenso viaggio cosmico, gli alieni, di cui nulla si sa e nulla si è visto, hanno fatto una sosta brevissima lungo il loro percorso, un “picnic sul ciglio della strada”, circoscritto ma devastante, e sono ripartiti lasciandosi alle spalle oggetti, resti, rifiuti.  Nulla resta se non queste sei Zone, luoghi pericolossissimi e ancora largamente inesplorati dopo più di un decennio, pieni di oggetti e fenomeni inspiegabili di cui la scienza e la biologia non si capacitano.

La Zona di Marmot, si estende in un’area nell’ ex-periferia della cittadina. È un luogo difficilissimo in cui si avventurano gli stalker, per recuperare gli oggetti (“gusci”, “bracciali”, “bacchette”) da contrabbandare a trafficanti, collezionisti e scienziati. Ma non vi descrivo ulteriormente la Zona.

Le parti per me tra le più belle del libro sono proprio le due incursioni nei mandri della Zona di Marmot, che vengono descritte nei dettagli. Sembra di muoversi con Red Schouart attraverso un gameplayer buio e alienante. Oltre, naturalmente, la conversazione centrale in cui si discute della Visita.

Ma non vorrei dare una impressione fuorviante: se ho amato la descrizione degli attraversamenti della Zona, il romanzo in sé non ha molto a che vedere con l’azione, l’horror e la fantascienza puri. È profondamente psicologico e sociologico e muove domande fondamentali a cui non da risposta – e nel momento in cui le pone, scopri che queste domande ti appartengono.

Devo aver letto in un’altra recensione che ciò che è presente qui è un’assenza: gli alieni non ci sono, non sono stati visti, sono scomparsi, non si sa nulla di loro – chi siano, da dove vengano, come siano fatti, il significato della Visita (il “picnic” è un’ipotesi di uno scienziato). Quello che resta sono queste Zone, limitate nello spazio, anomale, inspiegabili, letali, che l’uomo non può nemmeno trattare o analizzare con la sua tecnologia e le conoscenze della fisica e della biologia attuali. Non può trarne sviluppi tecnologici. Qualcosa, alla fine, trova una utilità pratica, ma il tutto si ferma lì, le Zone e gli oggetti portati fuori da esse rimangono preclusi agli umani. Gli alieni sono assenti. Gli umani sono piccoli animali della foresta, che riemergono alla fine del fracasso, per ritrovare, dove un tempo c’erano il sottobosco e alcune loro tane, traccie di falò con carboni ancora ardenti, pozzanghere di benzina, il terreno segnato dalle ruote, lattine e bottiglie, lampadine fulminate, una radiolina portatile, un oggetto qualsiasi dimenticato… Gli umani sono piccoli animali della foresta cosmica che non sono stati degnati di uno sguardo.

Questa comprensione negata mi ha ricordato The Color Out of Space di H.P. Lovecraft. Ho… ascoltato… questo racconto qualche tempo fa, in tarda serata, per esercitare la comprensione dell’inglese. Era narrato magistralmente da Quentin Lewis. Egli stesso nella sua personale introduzione diceva di essersi stupito nello scoprire che Lovecraft considerasse questo il suo racconto migliore, o il più raffinato (finest), perchè manca completamente di tutto l’immaginario mitico e mostruoso legato a Cthulhu, Dagon… ma, in effetti, è proprio questa la differenza: queste identità terribili sono qualcosa con cui l’uomo può relazionarsi, può conoscere, può in qualche modo gestire e nominare. In Color Out of Space non accade nulla di tutto questo: non si capisce, non si conosce, non c’è un perchè – non si può capire, introiettare e reinterpreatre. E lì arriva l’inquietudine più profonda. 

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Lovecraft’s Color out of Space by Asahisuperdry on DeviantArt

L’impatto sull’ambiente e sulla vita biologica che ha l’arrivo di questo essere venuto dallo spazio profondo è estremamente disturbante, così come accade – ovviamente in modo diverso ma ugualmente terribile- nelle Zone dei Strugatzki.

Nelle Zone oltre alla biologia anche le leggi della fisica sono anomale e non corrispondono a quelle conosciute. Si individuano tracce  di applicazioni di una fisica diversa, più avantaza, così diversa da sembrare magia.

La mia lettura è superficiale. Già dalla prefazione, si cerca di spiegare la simbologia. È un romanzo pubblicato agli inizi degli anni Settanta, nell’URSS: è una critica al governo russo e alla corruzione? Le zone simboleggiano i lager? I due scrittori sono stati messi al bando più volte dal governo sovietico.

Penso di sì –  anche, quantomeno, ma so che i veri scrittori non usano metafore così lineari, metafore che, non appena scoperta la chiave di lettura, dicono tutto ciò che hanno da dire e poi si sfaldano, non lasciando nulla del libro nel quale erano inserite. I veri scrittori scrivono libri ai quali non si può dare un significato che li rinchiuda e li archivi nel loro ruolo storico, sociale, nel ruolo della nazione di provenienza. Vedono qualcosa di più fondamentale nella realtà in cui vivono.

I veri romanzi non danno mai pace a chi li ha letti.

Vi lascio con degli scorci creati da alcuni disegnatori su DeviantArt.

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Postcard form the Zone VII by lukpazera on DeviantArt
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Roadside Picnic 1 by 5ofnovember on DeviantArt
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Roadside Picnic 2 by 5ofnovember on DeviantArt
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Monkey by kopfstoff on DeviantArt

Memo a me stessa: tornare e ringraziare il libraio.

ROA’s hedgehog

Il riccio è stato creato dall’artista belga ROA nell’aprile del 2012.

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Adoro i suoi animali. Se cercate questo artista sul web, vedrete come le sue creature siano stane, spesso attorcigliate, ribaltate, addormentate, ma sempre incredibilmente realistiche. A volte  sono ferite, morte, completamente spellate o morsicate. Altre volte sono di una dolcezza infinita.  Adoro specialmente i mammiferi, per come riesce a rendere la loro pelliccia, i loro musi di volpe, di topo, di scoiattolo.

E i miei album fotografici di tutti questi soggiorni londinesi sono i più colorati che abbia mai fatto.

Il povero ragazzo in foto è il mio compagno, che subisce tutti i miei giri per le viuzze e i vicoli più strani alla ricerca dei miei artisti preferiti. Di solito il muro che cerco si trova oltre un cantiere, perchè mi sveglio sempre troppo tardi.

4 Settembre 2016

Energy Box – Milano street art

Pensieri

Tutte le mattine, per tutto l’anno accademico, un esserino nero e bianco, dagli occhi vividi che sbucano da un foltissimo piumaggio (o dal fogliame?), mi ha ricambiato lo sguardo oltre i vetri del pullman mentre, superato il malinconico viale Certosa, attraversavo Corso Sempione per raggiungere la stazione di Cadorna. Mi strappava sempre un sorriso – lieve, interno. Spesso in certi viaggi “di andata” per recarsi al lavoro o all’università, si è stanchi come al termine di una lunga giornata, e il buio di certe giornate invernali rende solo più acuta questa percezione.

Moltissime centraline nel 2015 sono state pitturate in modo spesso stravagante e ingegnoso.

Sogno spesso il “lontano” e quello che ho sotto gli occhi lo degno a volte giusto di una occhiata. Milano è paradossale perchè è vicina – a poco più di mezz’ora di strada – eppure l’ho vissuta così poco. È ancora la città che mi fa sentire piccola e spaesata.

Una fotografia dall’archivio, in una passeggiata serale di inizio estate lungo Via Torino:

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Giugno 2016, Via Torino.
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Novembre 2016, Isola. (Update: dicembre 2016)

La luce della notte – un’avventura notturna nella profondità delle Alpi

Link allo stesso articolo su alexstargazing.net.

Mr.P., fotografo, divulgatore e molto altro  (lo trovate su pierluigigiacobazzi.com) è una persona che non esita a incamminarsi nel cuore della notte con zaino e attrezzatura fotografica in spalla per immortalare il cielo stellato e i fenomeni celesti dai luoghi più spettacolari e solitari. Questa estate ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo meglio e poterlo accompagnare in una “spedizione notturna” sulle Alpi. Gli ho proposto il Lago francese Forèant, che ho visitato più volte di giorno e che è raggiungibile a piedi lungo un tragitto piuttosto semplice. Il tragitto dura una quarantina di minuti.  Una quarantina di minuti lungo sentieri serpeggianti, alla luce delle torce…

Partiamo al crepuscolo, zaini in spalla e un termos di tè caldo, per rimanere fuori l’intera nottata.

Prima di scendere verso la sponda del lago, ci fermiamo nel punto più alto del sentiero, sul Col Vieux, prima che incominci la discesa. Siamo a 2800 metri. Il lago lontano non ha l’aspetto d’uno specchio d’acqua. È biancastro, sembra quasi… neve. Una macchia di neve alpina nell’oscurità.

Qua in cima, mentre Pier scatta alcuni panorami, mi sdraio a pancia in su sul terreno.

Non credo di aver mai visto uno spettacolo simile. Non è questa la montagna a cui sono abituata. Non è questo il cielo delle Alpi a cui sono abituata – quello della notte prima, sul piazzale del rifugio. È qualcosa di più.

Vicino a me non c’è la mia automobile; non c’è la sagoma buia e rassicurante del rifugio. Nel piazzale del rifugio ci sono gli altri astrofili, le luci semi-schermate dei display dei pc, i loro telescopi e il tenue ronzare dei motori che seguono l’oggetto che stanno fotografando. Ci sono le loro voci e i loro scherzi.

In questo momento è tutto diverso. Il cielo sembra letteralmente piombarmi addosso nella sua vastità. Da ogni lato dell’orizzonte. Lo zenit è vertiginoso. Attorno a me c’è un cerchio nero dato dai profili delle montagne. È un cielo che non è spezzato da nulla di umano.

È una sera limpidissima e senza vento, addirittura tiepida. Sono sdraiata con il giubbotto slacciato e senza sciarpa. La Via Lattea si sviluppa immensa e… tridimensionale. La sua tridimensionalità (perchè così è – è la proiezione del disco galattico, i bracci a spirale sovrapposti tra loro…) sembra davvero evidente. È gonfia verso il centro galattico, alta allo zenit e più tenue all’altro lato dell’orizzonte, guardando fuori nel resto dell’Universo.

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La coda dello Scorpione distorta: Saturno, Marte, Antares. Credit: Pierluigi Giacobazzi
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Credit: Pierluigi Giacobazzi

Osservo qualche minuto con il binocolo: mi muovo lungo la Via Lattea, partendo dal Sagittario e dallo Scorpione. Osservo gli ammassi globulari M4 ed M22,  le grandi nebulose  Laguna, Trifida e Omega; l’ammasso M24. Mi sposto nella Lira e credo di vedere la nebulosa Anello. Ma poi poso il binocolo sul mio ventre. E osservo semplicemente il cielo ad occhio nudo.  Sono sicura di vedere l’ammasso dell’Ercole, M13. Improvvisamente, questa notte non voglio usare nient’altro che l’occhio nudo.

Ho gli occhi così spalancati che ad un certo punto, muovendomi, mi entra copiosa della sabbia negli occhi – sabbia che devo aver raccolto in un lembo del cappuccio.

– Va tutto bene laggiù? – Sento la voce di Mr.P., che più lontano si muove silenzioso nel buio per immortalare i suoi panorami stellati.

– Non molto a dire il vero… – Mi raggiunge ed è la prima di alcune piccole disavventure di quella nottata e di occasioni per farci assieme delle belle risate.

In piedi, mentre scatta le ultime fotografie, parliamo della mitologia del cielo. L’Orsa Minore e l’Orsa Maggiore ci stanno davanti. Mi racconta di Artemide e della ninfa Callisto, dell’ira di Era che la scaglia nel cielo (in una delle versioni dei labirintici miti greci). L’orsa Callisto non potrà mai posarsi sull’acqua, ma sarà costretta a ruotare lungo un arco circumpolare.

Parliamo della mitologia cinese – degli innamorati Zhinü e Niulang, impressi nelle stelle Vega e Altair, separati dal fiume invalicabile della Via Lattea. Questo mito è stato trasmesso e assimilato anche in Giappone ed è ora una festività, Tanabata (七夕, settima notte), una sorta di festa per gli innamorati.

I nostri antenati, da ogni parte del mondo, sapevano come si muoveva il cielo… Il loro legame col buio doveva essere simile a quello che percepiamo noi due, di sfuggita, in quel momento.

Riaccendiamo le luci bianche per percorrere l’ultimo tratto del sentiero. I ragni si disperdono al nostro passaggio. La terra è viva di animali. C’è tanta piccola vita di notte.

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Io sulla sponda… Grazie per questo ritratto. Credit: Pierluigi Giacobazzi.
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Zoom…ho modificato un poco i contrasti. Credit: Pierluigi Giacobazzi.

Il lago Foréant ha una forma circolare ed è formato dall’acqua dei ghiacciai. L’acqua che scende dal versante roccioso nutre il lago e poi fuoriesce dalla parte opposta, ritrasformandosi in un piccolo ruscello. Il versante opposto a noi è irraggiungibile perchè si trova sotto la ripida parete della Taillante. La Taillante… un’immensa sagoma scura che ci sovrasta. Sopra di essa, brillano le costellazioni del Perseo, e sopra ancora Cassiopea… si riflettono perfettamente nel lago. Per vedere le stelle riflesse di Cassiopea devo addirittura sporgermi oltre la riva.

L’arrivo al lago è occasione di altre piccole gaffe e risate: di notte il paesaggio, che di giorno ci è famigliare, si trasforma completamente… Non trovo l’acqua! L’acqua immobile, nella prima parte del lago, sembra quasi non esserci. Appare quando, allungando la mano, vado a formare un’onda circolare che si allarga sempre più.

Questo lago, abitato da vari pesci (leggiamo in francese su uno dei cartelli -la trota “rario” e “arc du ciel”, il salmerino alpino e di lago…), fa parte di un’area protetta. Come recita un altro cartello “le rive del torrente Bouchouse e dei laghi Foréant, Baricle e Egorgéon oscpitano specie animali e vegetali rare e discrete, sopravvissute alle ultime grandi glaciazioni.” Una cordicella delimita alcuni tratti della sponda e impedisce l’accesso al piccolo delta, ma è comunque possibile, a qualche metro di distanza, percorrere metà del perimetro del lago, quella che frontaggia la parete vertiginosa della Taillante. In alcuni punti invece la riva è liberamente raggiungibile.

La notte ha la sua luce

È vero: nel buio più profondo delle montagne, in una notte di luna nuova… appare con un’evidenza quasi disarmante come il cielo possegga una sua luce. Le stelle, la Via Lattea, i pianeti… illuminano.

Tutto ciò è completamente scomparso nelle città, ma il cielo, quando davvero non rimane altro che il cielo, non è mai realmente buio. Oltre le stelle più brillanti, emerge piano una matrice luminescente, granulosa, quasi impercettibile… le stelle più lontane che il nostro occhio non può risolvere. Le galassie più lontane, le nebulose. Il cielo ha -visivamente- come un più profondo ed estremamente più tenue strato luminoso.

E questa stellata, semplicemente, questa Via Lattea e quest’aria cristallina, fanno sì che i nostri occhi non siano ciechi, che il paesaggio si inizi a distinguere.

Eccole ancora, le Orse e il Drago, che si attorcigliano.

Il timone del Grande Carro sembra seguire il profilo di un monte. La coppa si abbassa verso l’acqua, senza raggiungerla mai, perchè con il passare dei minuti, delle ore, risale. Eccola lì, Callisto sull’acqua.

La notte scorre lieve. Parliamo di Uomo e Natura. Dall’altra parte del lago, ai due lati della sagoma scura che deve essere il Pan di Zucchero, brillano Fomalhaut e le stelle dell Balena. Anch’esse si riflettono nel lago.

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Fomalhaut. Credit: Pierluigi Giacobazzi.

Riaccendiamo le luci bianche e ci incamminiamo di nuovo verso il rifugio, con le gambe stremate dalla fatica.

Ho capito cosa fa Mr.P – il suo mondo notturno e solitario. Le sue avventure in ogni parte del globo. È un mondo completamente differente da quello diurno, e richiede coscienza e sangue freddo. Ma non c’è nulla di pericoloso in questo tipo di notte. Non c’è nulla di cattivo in agguato. Certo, ci sono gli animali, ma gli animali non sono cattivi. Ci sono i tuoi passi, e se sei solo, immagino, possono risultare assordanti e farti battere il cuore fortissimo. So che è un’esperienza che vorrei rifare. Sono astrofila: la notte la sento mia.

Torniamo al rifugio alle 5 del mattino – siamo stati fuori sette ore.

Mi ha molto meravigliato – e Mr.P. me lo ha fatto notare da come tendevo a ripeterlo spesso durante il tragitto –  quanto il paesaggio e il sentiero apparissero completamente trasformati col buio.  Ero andata a quel lago più volte, e il giorno stesso, addirittura, avevo percorso prima del tramonto quel preciso sentiero – andata e ritorno – per evitare che ci perdessimo durante la nostra spedizione notturna.

Queste sono alcune immagini che ho scattato il pomeriggio del giorno prima, e poi quella sera, quando il sole era quasi al tramonto.

Come il paesaggio si trasforma…

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La Taillante. La montagna più bella che ci sia in questa zona… Credit: Alessia Rabaioli
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Lac Foréant. Credit: Alessia Rabaioli
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Verso il tramonto. Credit: Alessia Rabaioli
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Verso il tramonto. Credit: Alessia rabaioli
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Gli erifori, i “cotonini”, contro la luce del tramonto. Credit: Alessia Rabaioli

 

Grazie Mr.P. , profondamente, per questa avventura unica.

 

 

 

Perchè sono su internet… rispondo

Oggi mi è stato chiesto perchè proprio sul web, e così apertamente. In parte lo spiego, un po’ malinconicamente, nella pagina About… Ma, più seriamente, questo è un modo abbastanza ovvio per essere visibile.

È un modo per mostrare i miei lavori, perchè, anche se sono amatoriali, hanno a volte un contenuto scientifico significativo di cui andare fiera e su cui posso mettere il mio copyright. Sono lavori per i quali ho lottato intensamente per ottenerli, combattendo spesso con la frustrazione. Molti astrofili hanno una propria pagina con i loro lavori e i loro reportage, così come fotografi, viaggiatori, scrittori.

Vorrei anche, lentamente, avviarmi in futuro alla divulgazione. Queste pagine – il blog e il sito – sono la finestra che il mondo ha sulla mia realtà e, per me, sono a loro volta una delle aperture sul mondo di cui ho capito l’importanza.

È una sorta di porfoglio, ma pieno di umanità e anche di troppe parole… È ciò che sono ora.

E perchè non sono su Facebook? Perchè quello, di mondo, è distorto e indiscriminato. Così almeno era quando ho disattivato il mio account sei anni fa. È un secchio di sporco e qualunquismo che ti si riversa addosso giornalmente. C’è tutto e non c’è niente, tutto scivola via. La qualità e la volgarità sono sullo stesso piano. Facebook è tanti, grossi buchi di serratura da cui sbirciare l’intimità delle persone. Tutti sono su internet – e non lo è nessuno.