Al mio Jorge Luis Borges

Un pezzo dedicato al mio scrittore preferito: Jorge Luis Borges. Chi ha già conosciuto e approfondito un poco la sua opera, non credo serva altro che il suo nome, che subito evoca immense biblioteche, reali o simboliche, immensi labirinti, fisici o concettuali, infiniti specchi, e infine sogni… sogni che sono anch’essi specchi e labirinti, dove ci si rincontra…

I racconti di Borges hanno una struttura… matematica. Che siano racconti simbolici, fantastici, polizieschi, storici – in tutte c’è un qualcosa di logico che – almeno nella mia opinione – fa ricordare i teoremi matematici.

E in effetti alle volte i suoi lavori vengono citati, magari in testi divulgativi. Questa “affinità” con la matematica nelle opere di Borges non è solo una mia impressione: il racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano viene spesso usato nella divulgazione della fisica quantistica e anche  il mio professore di quantistica a lezione ha citato ad un certo punto questo racconto, senza specificarne il titolo e l’autore… per chi lo sa cogliere, come dire. Il giardino dei sentieri che si biforcano è forse il lavoro che più  si presta per incominciare a scoprire questo autore stano, ha una certa immediatezza ma è allo stesso tempo di un’architettura ricca e complessa, proprio borgesiana. Ma non fermatevi a questo, che il suo mondo è vasto e sorprendente.

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Questo fatto – quel “qualcosa” della logica e della matematica che si trova in lavori che effettivamente sono arte e poesia, è quasi miracoloso e credo sia in questo che risieda l’immensità di Borges, in questo e soprattutto nell’uso degli archetipi che sono in qualche modo comuni agli esseri umani. Quando leggo Borges è come se… aumentassi il numero di dimensioni: le dimensioni spaziali, il tempo reale, il tempo “mitico” e ancestrale dell’umanità, la dimensione onirica, il subconscio… Ti porta in ogni epoca e tempo, ma sono luoghi e situazioni lucide e brillanti, e allo stesso tempo profondamente misteriose, oniriche, eterne.

Ci sono tigri descritte con seducente maestria (davvero, le tigri sembrano uscire da sole dalla sua penna, in ogni momento, un’ossessione che si materializza), e dolci scorci della sua Buenos Aires nelle sue poesie. C’è un amore infinito per la letteratura e la cultura, il suo “feticismo per la carta stampata”, le sue biblioteche, l’Oriente e l’Occidente, e la cecità…

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Mi sono imbattuta (per la seconda volta) in Borges alle superiori, durante le ricerche per la tesina di maturità – una tesina molto ingenua sullo spazio e sul tempo, ma piena di stupore (uno stupore che ancora ricordo, perchè mi aveva trafitto come un fulmine, per avere appena scoperto la relatività di Einstein attraverso gli ultimi capitoli del libro di fisica e i libri divulgativi di Stephen Hawking). Stavo organizzando un percorso concettuale che collegasse filosofi, scienziati e artisti. Andai prima attraverso Calvino e raggiunsi il libro Finzioni di Borges.

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La mia piccola collezione di opere di Borges.

La primissima volta in cui ho incontrato Borges invece è stato da bambina a casa di mia nonna, nella vecchia stanza di mia zia. Tra i suoi libri, c’era una copia piccola, gialla e resa fragilissima dal tempo… dell’Aleph.  L’estratto sul retro mi turbò un pochino. Credo sia una copia incredibilmente rara ora. Feltrinelli Universale Economica, 1961, 300 lire, copertina disegnata da Heiri Steiner. Era una lettura troppo complicata allora. L’ho letto solo successivamente. Lo tengo assieme con del nastro adesivo di carta.

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L’Alpeh, Feltrinelli Universale Economica, 1961, appartenente originariamente a mia zia ragazza.

E poi Borges è stato Borges. E lo difendo con unghie e denti.

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