L’umanità, la natura, il cielo – degli scorci che si perdono indietro nel tempo

L’Orsa Maggiore… la vedete, la costellazione enorme dell’Orsa, con le sue stelle bianche e splendenti, con la sua forma inconfondibile che si orienta sempre seguendo le stagioni, ruotando attorno al polo celeste – che sembra emergere e rituffarsi, sfiorando a volte l’orizzonte; è una costellazione che è nata con l’uomo, nella sua essenza simbolica e mitica. Le storie che porta sono antiche come l’umanità. L’uomo fa questa cosa magica con gli oggetti delle natura – fa sì che dopo secoli o millenni le possa riguardare e farle parlare di se stesso. Farsi ricordare qualcosa. È anche questo un lato bello dell’astronomia – il lato che non ha nulla a che fare con la scienza, con la fisica, con ciò che realmente sono le stelle; il lato che racconta all’uomo dell’uomo. Il significato antropologico del cielo.

Dell’Orsa Maggiore, in particolare, ho una fascinazione dovuta a due letture indipendenti avvenute all’ultimo anno delle superiori. La prima era un mito della tribù dei Blackfoot: si trovava all’interno di una raccolta di leggende degli Indiani d’America. Questo racconto si intitolava I due sentieri di Pittawa-Ma e si distingueva dagli altri della raccolta per una sua personale potenza evocativa. Parlava dell’amore di una bellissima e “selvaggia” ragazza del villaggio, Pittawa-ma, figlia di un capo, per un orso grizzly delle foreste. Si apre con una evocazione della natura del nord America, delle Montagne Rocciose:

Quando Apistotoki fece il mondo, si diffuse generosamente come una sorgente sulla pianura. Spina dorsale della terra, le Montagne Rocciose si ricoprono di pietre rosse, di alberi, di orsi. Vecchio Padre fece anche Niitsipussin, il vero linguaggio, e Aohki, che cadde dal cielo copiosamente per abbeverare i due grandi fiumi. […] Così fu fatto il mondo e tutte le cose vennero sparse. Sulle montagne sacre dei Piedi Neri siksiksa vivono spiriti potenti. Alcuni ci sono da tempi  immemorabili, essendo apparsi con le stelle. [1]

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Steve Jurvetson from Menlo Park, USA , via Wikimedia Commons

L’orso verrà massacratro dai fratelli della ragazza e su di essi si scatenerà la vendetta di lei, che nell’esorcizzare il suo dolore e la sua rabbia si transforma essa stessa in un’orsa, prima in un animale in carne ed ossa e poi in uno spirito-orso, uno spirito selvaggio delle montagne – perchè questo rappresentano questi miti, di uomini e animali (ne ho trovati molti ad esempio degli indigeni dell’Amazzonia, in un altro libro) di una comunione costantemente contrastata con gli “spiriti” della natura, con la natura che è sia benovola che potente e soverchiante e che è umanizzata e resa simbolo. I due sentieri sono quello della tenerezza selvatica e della rabbia distruttiva –  della furia distruttiva che spazza le montagne e chiede riparazione al torto subito. I due mondi si mischiano e i due orsi sono ora senza corpo e possono diventare delle immagini celesti… anche se questo passaggio non è specificato nella leggenda, dove non si parla di costellazioni – l’ho ritrovato qualche mese più tardi leggendo i primi capitoli di Notte di stelle, di Margherita Hack e Viviano Domenici:

lì ho scoperto che la costellazione dell’Orsa ha origini che vanno a perdersi nella preistoria, a 15 mila anni fa.  Una frase è molto bella: […] dimostra che i sogni degli uomini possono permanere quasi immutati nella memoria collettiva per un tempo incredibilmente lungo: nel caso dell’Orsa Maggiore, almeno 15.000 anni, forse 17.000. [2]

La domanda si sviluppa nel fatto che diversi popoli antichi dell’Europa, dell’Asia e dell’ America del Nord hanno associato a questo stesso insieme di stelle la figura di un’orso, con anche una grande somiglianza di dettagli nell’immagine: una visione diffusa vede nelle quattre stelle del Carro l’orsa che fugge e nelle tre stelle della coda tre cacciatori al suo inseguimento.

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Stellarium

Il mito è stato portato attraverso lo Stretto di Bearing. Il culto dell’orso era ed è forse stato presente fino a tempi recenti tra le popolazioni artiche e anche in Giappone – in Hokkaido, tra gli Ainu.

Una visione dell’orsa degli indiani Irochesi segue il suo muoversi attorno al polo: in primavera i cacciatori inseguono l’orsa in prossimità delle montagne, in estate le stelle sono più alte nel cielo e la caccia prosegue – in autunno l’orsa viene ferita, e il sangue tinge di rosso e ocra le foglie delle foreste. La costellazione è sempre più bassa sull’orizzonte con l’addentrarsi nell’inverno… orso e cacciatori si rifugiano nelle grotte, aspettando la primavera per riprendere l’inseguimento.

Un altro mito, dei Blackfoot, vede invece due orsi-amanti che si sono raggiunti in forma magica ed eterna in cielo, l’orsa minore e l’orsa maggiore. Questa è la storia che avevo già incontrato: Pittawa-Ma è l’Orsa Minore.

Ma l’Orsa non termina qui, si può andare nei deserti dell’Arabia pre-islamica e islamica, solcata dalle tribù dei beduini.

Le stelle più luminose portano, ora, i nomi di Dubhe, Merak, Phad, Megrez, Alioth, Mizar, Alkaid.

Al-dubb, “l’orso”, diventato Dubhe, era il nome con cui gli Arabi identificavano α Uma. Alcuni altri nomi sono contrazioni di locuzioni che indicavano “il fianco dell’orso più grande” (marãqq al-dubb al-akbar), “la coscia dell’orso più grande” (fakhind al-dubb al ak-bar), “la radice della coda…” (maghriz…) . Ma Alkaid in particolare si discosta e racconta altre cose. Alkaid è un nome preislamico e significa “il capo”.  Alkaid era chiamata anche, con tutto l’asterismo,  Benetnash, di significato sconosciuto ma in cui si possono ritrovare le parole “bara” e “figlie”. Forse in uno scorcio ormai perduto si possono vedere nelle tre stelle del timone un corteo di tre fanciulle che seguono la bara del genitore, con Alkaid la capofila. [3]

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Stellarium

L’Orsa Maggiore si estende, nella rappresentazione moderna, ben oltre l’asterismo del Grande Carro. Si può tracciare una linea immaginaria fino a Muscida, o Uma; si possono trovare  le tre coppie di stelle che si chiamano anche “i tre salti delle gazzelle”: Talita  (ι Uma) e κ Uma, Tania Borealis e Tania Australis (λ e μ Uma), Alula Borealis e Alula Australis (ν e ξ Uma). Viene da immaginarle come delle lunghe zampe. Queste tre coppie, sempre nella visione dei popoli preislamici, erano i tre solchi lasciati dalle gazzelle che fuggivano dal leone, fino ad una pozza d’acqua (le stelle τ, h,ν, φ, e f Uma).

[1] Racconti dei saggi pellerossa – Pascal Fauliot, Patrick Fishermann. Ed. L’ippocampo.
[2] Notte di stelle – Margherita Hack, Viviano Domenici – Ed. Sperling Paperback.
[3] I nomi delle stelle – Gabriele Vanin. Ed. Orione.


Nota:

Ho scritto questo pezzo seguendo un’idea improvvisa (che ho riassunto nel primo paragrafo) ricordando le leggende della prima lettura. Non sono esperta nè di mitologia nè di antropologia. Sono quindi riflessioni da interpretare in questo senso, come uno spunto per ulteriori discorsi.

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