Sulle stelle variabili, gli altanti e Miss. Leavitt

Negli atlanti stellari le stelle variabili sono segnalate come un cerchietto nero circondato da un bordo bianco. Algol ne è un esempio.

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Uranometria 2000.0 – dettaglio
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Uranomeria 2000.0 – dettaglio
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Uranometria 2000.0 – dettaglio

Oggi leggevo un fatto interessante su Henrietta Leavitt e il lavoro delle addette all’Osservatorio di Harvard. Lo studio veniva effettuato su lastre fotografiche che raffiguravano delle piccole porzioni di cielo. Le lastre erano in negativo, con le stelle nere sullo sfondo bianco.

La luce delle stelle era raccolta e fissata su una lastra fotografica con un’impressione chimica. La magnitudine (luminosità) delle stelle era proporzionale alla dimensione dei puntini che si imprimevano sulla lastra: a parità di esposizione, stelle più luminose avevano un maggior diametro.

Un lavoro che fu affidato a Miss. Leavitt, legato alla catalogazione colossale delle magnitudini stellari a cui si dedicava l’osservatorio, fu quello di catalogare le stelle variabili. Il metodo che veniva utilizzato consisteva nel prendere due lastre della stessa regione, raccolte a distanza di tempo l’una dall’altra, e sovrapporle. Un’immagine era in formato negativo, mentre l’altra in positivo, con stelle bianche su sfondo nero: una sull’altra le due immagini si cancellavano a vicenda, lasciando uno sfondo omogeneo – tranne nel caso una stella avesse subito una variazione di luminosità: in tal caso sarebbe apparsa contornata da un bordo bianco o nero.

Mi sono subito venute agli occhi le stelle variabili dei miei atlanti: il simbolo scelto per segnalarle potrebbe essere un… ricordo, di queste lastre e di questo metodo?

In ogni modo, il libro che sto leggendo, ritirato in biblioteca, è Le stelle di Miss. Leavitt (Miss. Leavitt’s Stars) di George Johnson.

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Miss Leavitt’s stars – George Johnson

Inseguo Henrietta Leavitt da anni, da quando mi ci sono imbattuta nell’ultimo anno delle scuole superiori (anno coinciso con la nascita improvvisa dell’interesse per il cielo e per la scienza in generale). La sua figura e quella delle altre donne di Harvard, come Annie Cannon, sono quasi dei fantasmi semitrasparenti, e in foto ne hanno un po’ anche l’aspetto. Forse, se cerco di rifletterci, l’impressione profonda non è stata causata da lei in se stessa, ma dallo scoprire per la prima volta quanto recente fosse la nostra comprensione dell’unverso. Mi aveva impressionato il fatto che negli anni Venti non si comprendessero in modo chiaro le altre galassie (e, penso, non si sapeva di conseguenza con certezza cosa fosse una galassia, e l’universo nel suo insieme), e che le stelle quasi si contassero letteralmente a mano, meticolosamente, sotto una lente di ingrandimento, da astronomi e astronome che non avevamo mai visto un’immagine come quelle del Telescopio Hubble.

Questo libro in cui si cerca di ritrovare Miss. Leavitt l’ho appena scoperto ed è una lettura interessante e piacevole e mi sento di consigliarlo.

Il Pocket Sky Atlas è stato il mio primo atlante stellare. È un libretto sottile, leggero e colorato rilegato con una semplice spirale. Per il mio ventesimo compleanno, il mio compagno mi ha regalato -ed è stato un regalo inatteso e splendido- l’Uranometria, nell’edizione che comprende in un solo volume sia il cielo boreale che quello australe. L’Uranometria è uno strumento estremamente affascinante che però lascia sconcertato chi non è astrofilo: un alto e pesante tomo interminabile di pagine ricolme di una miriade di puntini, neri su sfondo bianco, segnate solo da qualche sigla alfanumerica.

Sembra quasi un atlante… anacronistico, perchè siamo abituati alle immagini continue e grandisione dello spazio dai grandi telescopi e dalle sonde. Eppure il suo fascino risiede esattamente in questo, nel fatto che l’astronomo amatoriale, che osserva in visuale il profondo cielo e non vuole usare telescopi motorizzati e software di puntamento automatico, sa come tradurre quelle pagine che sembrano così ostili e criptiche in promesse piene di significato e in un saldo compagno nelle nottate in cui esplora il cielo. Quando lo sfoglio, con le dita inguantate, illuminando la pagina con la fioca luce rossa della torcia, ho l’impressione vera di star esplorando in prima persona, con le mie mani, quel qualcosa di ancora vasto e sovraumano che è l’universo.

 

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