Il mito di Sedna

Il flyby di Ultima Thule da parte della sonda New Horizon, di soli due giorni fa, mi fa tornare a vagare con la mente oltre l’orbita dell’ultimo pianeta: la Fascia di Kuiper, e poi la Nube di Oort. La parte più esterna del Sistema Solare è ancora inesplorata, e la sua stessa esistenza è una scoperta relativamente recente.

Sto preparando un post su New Horizon, Plutone, e Ultima Thule, ma intanto scrivo questo pezzettino.

Di tutti gli oggetti transnettuniani, Sedna ha sempre esercitato su di me una certa fascinazione. E il nome che è stato scelto per battezzare questo pianeta nano che orbita agli estremi del Sistema Solare, impiegando più di 11 mila anni per compiere un’orbita attorno al Sole, è perfetto e fa risonare l’immaginazione.

Sedna è la dea del mare e delle sue creature nella mitologia inuit, legata alle fredde profondità del mare artico, “madre del profondo”, e creatrice degli animali marini. Lei controlla l’abbondanza di foche, trichechi, pesci, e di tutti gli altri animali su cui basa il sostentamento delle tribù artiche.

Sedna – Abraham Anghik Ruben

Quello di Sedna è un mito della creazione, e il momento di transizione da giovane donna a potente spirito (lo spirito più potente del pantheon inuit) avviene mentre la giovane Taliayuk e suo padre sono in mare aperto in kayak (la ragione è diversa a seconda della versione del mito che si sceglie). Per salvare se stesso, il padre spinge la figlia in acqua. Ma lei riemerge e si aggrappa all’imbarcazione, e resiste ai colpi di remo che il padre le sferra sulle dita. Quando le sue dita sono ormai congelate dal freddo, vengono spaccate dal remo, e la ragazza spofonda nell’oceano, seguita dai monconi delle sue dita.

Taliayuk si aggrappò con tutte le forze al kayak, rifiutandosi di tornare col marito.
La canoa stava per ribaltarsi ed allora, il padre, con un colpo di remi mozzò le prime falangi della figlia, che non appena toccarono l’acqua generarono i narvali. A quei colpi ne seguono altri: dalle falangi mediane nacquero balene bianche e beluga, mentre dalle ultime le foche.
Dopo un colpo in pieno viso, la giovane sprofonda nelle acque gelate. Qui diviene Sedna, dea del mare, con la parte inferiore del corpo simile alla coda di un pesce. Spirito potente ed inquieto, che prova odio per il genere umano.
Quando è furente con gli uomini che perpetrano inutili crudeltà agli animali, increspa il mare e scatena tempeste e uragani.
Per ingraziarsi la dea, gli Inuit, tramite uno sciamano, inviano un messaggero a pettinare e intrecciare i lunghi capelli che lo spirito non può più curare perchè priva delle mani.
Solamente quando si rabbonisce libera i suoi figli, per permettere alla popolazione di sfamare le loro famiglie.
I cacciatori, per ringraziarla, versano dell’acqua dolce nella bocca dell’animale catturato.” *

L’oceano era vuoto a quel tempo: dai monconi del suo corpo Sedna inventa e dà vita alle creature marine, per non restare sola.


From her hands they fell
The mightiest of all
Slow and gentle as the tides
She offered them a name
And whales they all became
To tread the paths the lesser are denied.

Freddo, buio e lontananza.

L’orbita del planetoide 90377 Sedna è incredibilmente ellittica e inclinata: nel punto più vicino al Sole si trova a 76 unità astronomiche, ma nel corso del suo viaggio di 11 mila anni si allontana fino a 936 unità astronomiche – sembra l’orbita di una cometa.

Nell’illustrazione seguente, l’orbita magenta corrisponde a quella di Plutone:

Credit: NASA
Credit: NASA

Sedna è stata scoperta nel novembre del 2003: era l’oggetto orbitante attorno al Sole più lontano che fosse stato mai individuato, eppure si trovava allora abbastanza vicina alla Terra. Ad 84 UA ora, raggiungerà il perielio nel 2076.

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Immagine di Sedna dal Telescopio Spaziale Hubble

*Da mediterraneodiving.wordpress.com

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Perché amo la fantascienza

Negli ultimi anni sto leggendo diversi libri di fantascienza: in questo momento sto divorando un romanzo di Arthur C. Clark dopo l’altro.

Immagine correlata
Dettaglio della copertina di Rendezvous with Rama, Arthur C. Clarke

Penso che la fantascienza non sia affatto un genere secondario e di solo intrattenimento, ma tutto il contrario: nelle grandi storie di fantascienza le invenzioni della società futura o il paesaggio di un mondo alieno sono spesso elementi marginali – degli espedienti -, e il vero protagonista è l’uomo spinto ai suoi limiti intellettuali ed emotivi, spesso alla riscoperta di ciò che ha, o alla riconquista di ciò che ha perso.

Un buon libro ambientato nel lontano futuro è una fonte inesauribile di riflessioni e domande, alcune inquietanti, altre molto tristi, altre ancora affascinanti. La mia mente viene trasportata verso immagini e scenari fantasiosi, ma trovo anche specchi e riscontri.

Mi piace molto vedere come nell’universo Asimoviamo l’uomo si sia espanso, assieme ai suoi robot, per tutta la Galassia, mentre, ad esempio, nell’immaginario di C. Clarke, fuori dai confini del Sistema Solare esistono razze aliene più o meno avanzate rispetto a quella terrestre.

Un tema che mi sta affascinando molto è la perdita dell’eredità del passato, per cui l’esistenza di un unico pianeta di origine chiamato “Terra” diventa una leggenda, e non solo la memoria, ma anche le coordinate nello spazio del nostro mondo vengono perdute (Foundations series, Asimov). In un’altra visione, ad essere perso è l’ambiente esterno, naturale, e l’umanità vive in città artificiali ed autosufficienti, e si è persa da generazioni non solo la memoria dell’oceano, ma anche del sole e del cielo stellato (ad esempio The City and the Stars, C. Clarke).

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Illustrazione di Don Dixon per Nightfall, Isaac Asimov.

Un altro tema per nulla banale è la nostra reazione al contatto con una forma di vita aliena o anche solo con suoi artefatti. In questo credo che Arthur C. Clarke sia insuperabile: Rendezvous con Rama racconta della scoperta di un oggetto gigantesco e artificiale -un cilindro rotante attorno al suo asse – ai margini del Sistema Solare e in rotta verso il Sole, che si rivela l’astronave-arca di una civiltà aliena: una spedizione si addendra nel buio e nel freddo attraverso interminabili scale per raggiungere la superficie interna di quel mondo, in cui regna un pesantissimo silenzio. E in 2001: a Space Odyssey, vengono spiegate molte cose che rimangono avvolte nel mistero nel film di Kubrik…

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Illustrazione di Joe Wilson per 2001: a Space Odyssey.

Spostando l’azione nel futuro, ci si interroga sul presente e sul passato, e sul significato stesso dell’essere essere umani e abitanti di un pianeta in un universo infinitamente più grande.

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Ho scribacchiato qualcosa di fantascienza anche in qualche altro post:

Picnic sul Ciglio della Strada (e Color Out of Space)

Le profondità umane del cervello positronico

Solaris

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Cosa significa vivere con la depressione

Penso di essermi portata la depressione, o almeno un qualche elemento di stranezza, sempre con me, fin da quando ero bambina. Durante l’adolescenza ho dato, quasi con piacere, libero sfogo alla deformità che mi sentivo dentro, ma durante gli anni della scuola superiore ero ancora protetta: è stato all’inizio dell’università che la depressione è iniziata con la sua vera realtà di malattia.

Ho vissuto per quasi quattro anni con una grave forma depressiva da cui ho iniziato a riemergere nella primavera del 2016, nel momento in cui è diventata fisicamente debilitante, e ho avuto paura per il mio corpo, e sono andata a chiedere aiuto medico.

La depressione non ha nulla a che fare con la tristezza.

È un mostro che ti vive addosso. È un parassita che vive dentro di te, grosso; è una massa scura che ti ingloba, e ti grava sulle spalle. È un pozzo molto profondo.

È un marchio che mi sentivo addosso ovunque andassi: in un negozio, al supermercato, all’università.

Questo marchio mi segnava come una persona con qualcosa di storto ed oscuro dentro. Lo leggevo negli occhi negli altri. L’isolamento era creato da me stessa, eppure avrei dato qualsiasi cosa per essere dentro un ricco e scatenato gruppo di amici.

Le sensazioni predominanti, almeno per me, erano rabbia e disgusto, soprattutto per le persone che avevo attorno, e un orrore attonito in relazione alla mia vita.

Ma soprattutto essa è l’assenza completa del futuro. C’è solo un muro buio. È lì che la possibilità di porre fine alla propria esistenza diventa un pensiero rassicurante. Anche se per fortuna non ha portato nel mio caso a tentativi di suicidio, posso capirlo.

Anche il corpo si modifica e si ammala in vari modi. A me ha portato problemi di stomaco, e insonnia. è stato proprio per l’insonnia che sono andata a chiedere aiuto: non avrei mai creduto possibile non dormire per quasi una settimana di fila.

Quattro anni sono andati sprecati.

Quando ho iniziato a curare la mia malattia attraverso i farmaci, sono rimasta sinceramente sorpresa da come la realtà attorno a me si modificasse. Le emozioni diventavano coerenti: tristezza, rabbia, entusiasmo, serenità, fastidio, amore. Ora, a distanza di due anni, la depressione è una parte di me con cui convivo. L’ho portata a dimensioni umane e mi sta accanto, e capisco quando allunga i suoi tentacoli, e so dove è lei, e dove sono io: non siamo più una cosa sola, in cui io sono inglobata completamente nella sua massa buia. Quando mi butta a terra, la vedo, e mantengo i miei contorni.

Questo mi ha permesso di approcciare nuove persone o parlare con chi già conoscevo, e mi sta permettendo di lavorare, e adesso mi sta suggerendo tante idee e possibilità. In quest’ultimo periodo, un progetto in particolare assorbe le mie energie, e ne sono molto felice.

 

Alpi 2018 e time-lapse del montaggio del “telescopio da viaggio”

Questa breve vacanza sulle Alpi si è rivelata un po’ sfortunata, con una sola notte serena su quattro – ma quella notte è stata stupenda: buia, secca e limpida, con l’arco della Via Lattea che sembrava caderci addosso.

Con noi abbiamo portato il telescopio “da viaggio” da 30 cm preso quasi esattamente un anno fa. Ne ho già parlato in questo post: Nuovo telescopio!

Come da una valigetta di legno dalle esatte dimensioni di un bagaglio a mano possa uscire un telescopio newtoniano di 12 pollici è qualcosa che continua a divertirmi moltissimo, soprattutto al controllo bagagli.

Ecco qui ora il time-lapse dell’assemblaggio:

Con esso avevamo svolto solo un paio di notti di osservazioni tra il 20 e il 22 agosto 2017, dall’Altopiano del Nivolet. La notte del 20 agosto è stata la prima prova di cielo profondo con il nuovo telescopio: avevamo osservato in particolare il globulare G1 appartenente alla galassia di Androneda: Report osservativo: il globulare di Andromeda G1/Mayall II.

All’altopiano del Novolet, agosto 2017.

All’altopiano del Nivolet, agosto 2017.

Ora che abitiamo entrambi all’estero era necessario trovare uno strumento (per le osservazioni visuali) transportabile in modo sicuro in aereo, per poter tornare sulle montagne.

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All’aeroporto di Heatrow. I due bagagli a mano sono rispettivamente il telescopio e una valigia stipata di oculari e strumenti fotografici. Altri pezzi meno delicati sono nei bagagli di stiva.

Dopo quindi un anno senza, per vari motivi, osservazioni del cielo profondo, rieccoci sotto il cielo estivo delle Alpi.

Avendo a disposizione solo una notte, ho osservato i “grandi classici” del cielo estivo: le nebulose e le galassie Messier, il Velo del Cigno… Ho però provato a sfidare i limiti del telescopio quando sono arrivata alla galassia NGC 7331 – una galassia vista di taglio e piuttosto semplice da trovare situata sopra la stella Matar del Pegaso: si poteva distinguere una (solo una) delle deboli galassie di background che sembrano orbitare sopra il nucleo di NGC 7331.

NGC 7331. Credit: SDSS.

Vicino ad NGC 7331 si trova anche il Quintetto di Stephan, e anche questo è risultato vibile, anche se era divisibile nelle sue componenti con gran difficoltà.

Quintetto di Stephan. Credit: SDSS.

L’aspetto migliore di questa tradizionale vacanza astronomica al Colle dell’Agnello è la compagnia degli astrofili con cui condivido questa esperienza, e i paesaggi che ormai mi sono entrati nel cuore.

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Stambecco poco sopra il rifugio.

 

Tra una settimana, dopo un anno

Tra una settimana tornerò sulle Alpi. Ho accantonato l’astronomia per un anno intero e non posso descrivere appieno quanto stia iniziando a farsi sentire la mancanza dell’alta montagna, del cielo stellato,e del contatto nel buio con la superficie metallica e fredda del mio telescopio – il Dobson che mi aspetta a casa, in Italia, nella mia vecchia stanza.

L’osservazione del cielo stellato è la mia passione più grande. Non sono me stessa senza, ma solo un’ombra.

 

Grazie a Luigi per questo scatto.